Le milizie di Hezbollah scatenano la guerra a Beirut Il governo: è un «golpe»

Libano nel caos: l’esecutivo del premier Siniora costretto a rifugiarsi sulle colline sopra la capitale. Pronto il piano per evacuare gli italiani. Finora 13 i morti

da Larnaka

Su Beirut sventola bandiera gialla. Hezbollah ha vinto la prima battaglia, la capitale è sua, il Libano forse pure. Diciassette mesi di tensione si sono risolti in una notte ed una mattina di combattimenti. Nelle strade del quartiere di Hamra, cuore pulsante degli affari e del potere sunnita, marciano i miliziani sciiti. Negli obitori si ricompongono i cadaveri delle tredici vittime di questi tre giorni guerra. Negli ospedali si ricuciono le ferite di almeno una trentina fra combattenti e passanti innocenti coinvolti negli scambi di colpi, mentre ci si prepara a trasferire in zone sicure la cinquantina di italiani che si trova nelle zone interessate dai combattimenti (600 in tutto i connazionali nel Paese). Le residenze di Saad Hariri, volto simbolo dei sunniti, e quella del druso Walid Jumblatt sono fortini assediati. Il governo di Fuad Siniora grida al «golpe» ma è un esecutivo in fuga costretto all'esilio sulle alture controllate dai cristiani. Hassan Nasrallah, il segretario generale di Hezbollah che ieri aveva accusato il governo di avergli dichiarato guerra, ha mantenuto la parola. Ha risposto mettendo in campo la forza delle armi e l'esperienza di un esercito-milizia rodato da vent'anni di guerra con gli israeliani. Ma per conquistare la capitale il Partito di Dio ha usato soprattutto gli ascari dei gruppi alleati. A conquistare la sede di Future Tv, la televisione del partito di Hariri situata nel quartiere di Rawche - a poche centinaia di metri dall'ambasciata saudita -, si presentano gli scagnozzi del Partito Social Nazionalista Siriano. Dietro ovviamente ci sono i miliziani del Partito di Dio, ma poco importa, il lavoro sporco lo fanno loro. Entrano nella televisione, impongono ai tecnici di bloccare le trasmissioni, poi danno fuoco agli archivi dell'emittente e alla palazzina di due piani. I miliziani in divisa verde di Nasrallah sono tutt'attorno, ma non si sporcano le mani in pubblico. Si sono limitati a guidare i combattimenti della notte, annientando uno dopo l'altro i nidi della resistenza sunnita.
Le grandi incognite sono l'esercito e il suo capo di stato maggiore, Michel Sleiman, il candidato alla presidenza bloccato negli ultimi mesi dal «niet» della Siria e dei suoi alleati. Ieri l'Armée ha di buon grado occupato le posizioni sunnite consegnategli da Hezbollah, che si limita a presidiare i bastioni cruciali della città. Bisogna capire se le Forze Libanesi si limitano a replicare l'atteggiamento di neutralità tenuto durante la guerra civile degli anni ’80 o stiano invece fattivamente collaborando con i nuovi signori sciiti. Nel secondo caso la presenza nel sud del contingente Unifil e dei nostri soldati costretti per mandato a lavorare fianco a fianco con i militari libanesi risulterebbe svuotata di ogni significato se non addirittura controproducente.
«Hanno sparato tutta la notte, i proiettili mi piovevano dentro casa, il terrazzo è ridotto ad un colabrodo - mi racconta al telefono Elena, una 26enne studentessa bloccata nella sua casa nel cuore di Hamra -: ormai siamo una colonia iraniana. Qui fra poco arriva Ahmadinejad». Forse è vero, ma la supremazia militare esibita da Nasrallah rischia di tramutarsi in una vittoria di Pirro. Fino a ieri Hezbollah era il vero padrone del sud e della valle della Bekaa, ma poteva nascondersi dietro la facciata di legittimità di un esecutivo nato dopo la cacciata dei siriani. Ora quel governo è stato costretto a sloggiare, buttato fuori a colpi di kalashnikov e lanciagranate anticarro dalla capitale. Ora Hezbollah è un re nudo. Può venir legittimamente accusato da Washington, Parigi e Riad di aver messo a segno un colpo di stato contro un governo amico espresso dalla coalizione vincitrice delle libere elezioni del 2005.
Dopo esser stato cacciato sulle montagne l'esecutivo di Siniora non potrà certo trattare da sconfitto concedendo, come pretende Nasrallah, le proprie dimissioni e offrendo la finzione di nuove elezioni. L'insidia più grave per il Partito di Dio in questa situazione di apparente egemonia si chiama Israele. Ora lo Stato ebraico può levarsi i guanti e colpire a piacimento. Non c'è più nessun governo da preservare, non esiste più un Libano democratico. Esiste solo una dependance di Teheran e Siria affollata di missili ed affacciata sul nord del Paese.