Le mille barriere che la casta in toga oppone a chi vuole svelarne i segreti

L’idea era semplice e con quell’idea in testa ho bussato fiducioso alla porta del Csm: «Vorrei le carte della Disciplinare dal 2000 in poi». I processi disciplinari, si sa, sono pubblici, non come nei primi anni Ottanta ai tempi del caso Boccassini. Oggi le udienze sono a porte aperte, ma poi quelle porte restano socchiuse. E così la mia richiesta è entrata in un laboratorio di pareri, contropareri, opinioni. Prima obiezione: le carte sono pubbliche ma sono pubblicabili? Una replica al di sopra delle mie capacità. Mail, telefonate, colloqui volanti con questo o quel consigliere, laico o togato. Di destra o di sinistra. Niente. L’obiettivo era sempre a portata di mano, ma sfuggiva ogni giorno e ogni giorno riprendevo il mio girotondo davanti al Csm: «Vorrei scrivere un libro, vorrei l’archivio della Disciplinare, dal 2000 a oggi». Dal 2000 al 2008.
Migliaia di pagine. Pagine che, ho scoperto in quel batti e ribatti, non erano mai uscite dal sacro recinto. Perché? Perché nessuno le aveva mai chieste? Per mancanza di curiosità di giornalisti, saggisti e studiosi vari? O, forse, perché la corporazione si era rintanata sotto la corazza come una tartaruga?
Non ho tenuto il conto estenuante dei contatti e degli abboccamenti, fra sottili cavilli e ragionamenti sofisticati, in una cornice surreale. All’italiana. Consigliere A: «Le carte sono pubbliche, lei paga i diritti e gliele mandiamo». Consigliere B: «c’è qualche problema». Consigliere C: «Attenzione alla privacy, l’archivio non è mai stato utilizzato da nessuno». Ci credo, perché quei faldoni sono un catalogo di mele marce: il giudice che ha dato a un detenuto il permesso di incontrare la figlia per il compleanno dodici volte in dodici mesi; il pm che per ricostruire un omicidio ha reinventato il codice e ha fatto ipnotizzare il teste chiave; il magistrato che chiedeva l’elemosina in mezzo alla strada, a cento metri di distanza dal tribunale in cui amministrava la giustizia e quello che voleva una «perizia anofonica» perché «ormai in Italia non si è più sicuri neanche nell’intimità del cesso». Scene e scenette incredibili, anche se circoscritte - sia chiaro - ad un’esigua minoranza: ecco il magistrato che non ha fatto udienza per impraticabilità di parcheggio e l’altro che per allungare il brodo della sentenza ha copiato pagine e pagine di un romanzo di Simenon.
Così sono rimbalzato da un consigliere all’altro e da un ufficio all’altro. Poi la pratica, la mia, è stata affidata al Centro studi che ha dato un parere salomonico facendomi ritornare, in un gioco dell’oca, al punto di partenza. Infine, la decisione: le carte sono arrivate. Carte su carte, migliaia di fogli, perché di dischetti neanche a parlarne. Ma le carte sono state munite di una lettera piena di spine, firmata dal segretario del Csm che, dopo aver citato una sfilza di articoli vari, mi consigliava di stare attento, molto attento, alla privacy delle mele marce. Insomma, La legge siamo noi, la casta della giustizia italiana, edito da Piemme nel 2009, racconta tutto ma proprio tutto. Senza fare un nome. Oggi in Italia i cognomi dei giudici, se coniugati con le loro disavventure, è meglio non farli.