"Le mille e una svolta di mister Bob Dylan, il mio miglior nemico"

Il critico Greil Marcus parla dei settant’anni del cantante: "Un rivoluzionario vero,
con alcune cadute misteriose. Sulle quali abbiamo litigato"

Al ragazzino del Minnesota piaceva il rock’n’roll. Cominciò a suonare in improbabili gruppi come gli Shadows Blasters e i Satin Tones; comprò persino un giubbotto di pelle rosso come quello di James Dean e una Harley (che guidava piuttosto maldestramente), ma poi gli idoli ribelli del rock cedettero il passo a quelli dalla faccia pulita come Ricky Nelson, e lui se ne andò all’Università del Minnesota, buttò la giacca e ne indossò una di tweed presa all’Esercito della Salvezza e prese a cantare nei club folk. Era giovane, acerbo e copiava quì e là, sarebbe passato del tempo prima che diventasse Bob Dylan. Il Dylan che, tra una ballata e un vaticinio, compirà 70 anni il prossimo 24 maggio in un sabba di omaggi e tributi il più importante dei quali uscirà però l’8 settembre, presentato al Festival della Letteratura di Mantova. Sarà il libro Bob Dylan (Odoya) di Greil Marcus, esperto di rock che - con Lester Bangs, Cameron Crowe e persino Truman Capote - ha trasformato la critica rock in genere letterario. Marcus (che in Lipstick Traces e le correnti culturali degli anni ’20 e ’30) per spiegare il punk racconta il dadaismo e ci dà in anteprima il suo rapporto alla Bonnie e Clyde con Dylan.

Quando vi siete incontrati la prima volta?
«Nel ’63, a un concerto di Joan Baez nel New Jersey. Lei lo invitò sul palco, io non l’avevo mai sentito nominare, ma alla fine andai a congratularmi e a dirgli che era formidabile. Lui invece non era soddisfatto della sua performance e aveva l’aria molto seccata. Poi capii che era il suo modo di fare».

Lui stroncò la carriera di Joan Baez?
«Non saprei, lei aveva una grande voce ma non scriveva canzoni; lui ne ha composte migliaia, lì sta la differenza».

Al Greenwich Village lui era l’ultimo arrivato, c’erano tanti grandi cantautori, come spiega la sua esplosione?
«Phil Ochs avrebbe potuto essere il simbolo di quella generazione, ma non era ambizioso. Invece Bob quella volta in New Jersey cui accennavo fu shoccante. Cantò With God On Our Side che era un libro di storia riscritto con ironia, distacco, malinconia, disincanto. Così ciò che pensavamo di sapere, attraverso la sua voce tornò indietro cambiato, diverso. Le mie certezze vacillarono, non m’era mai accaduto».

Insomma facciamo un santino di Dylan?
«No, per esempio Blowin’ In the Wind - anche nella cover di Peter Paul & Mary - dava l’idea di un brano sdolcinato, banale, che chiunque avrebbe potuto scrivere».

E la sua famosa recensione di Self Portrait, che iniziò con la frase “cos’è questa merda”?.
«Un inizio efficace che sintetizzava ciò che tutti dicevano dell’album».

E Bob come la prese?
«Disse ad un giornale: Greil è pieno di merda».

Cosa gli rimprovera?
«È un grande che a volte ha scritto musica orribile; ha avuto cadute inspiegabili di cui non ha mai voluto parlare».

L’incidente in moto, la droga devono averlo segnato.
«L’incidente l’ha profondamente segnato, pensavamo non sarebbe più tornato».

Molti sostengono che a un certo punto Dylan abbia abbandonato l’impegno e si sia chiuso in una torre d’avorio.
«Solo uno stupido può dirlo. Forse Bob s’è ritirato dalla scena attiva; ma tutta la sua opera è politica, nel senso che è cronaca commentata del suo tempo. Bob Dylan’s 115th Dream e Ain’t Talkin’ sono brani di protesta molto migliori di Blowin’ In the Wind».

Detto da lei, che ha poca considerazione degli hippies e dei loro guru Jerry Rubin e Abbie Hoffman.
«Gli hippies erano stupidi. Hoffman e Rubin erano carrieristi che volevano solo divertirsi con le ragazze».

Recentemente in Cina ha accettato di cambiare la scaletta o quanto meno di sottoporla ad approvazione.
«L’importante è che il suo messaggio sia arrivato comunque a quella gente con brani forti».

Con la svolta elettrica ha rivoluzionato il folk.
«Il suono accoppiato alla parola. Like a Rolling Stone è un manifesto sconvolgente. Quando la propose al festival di Newport, con gli amplificatori a tutto volume, il pubblico del folk non era ancora pronto».

E il passaggio alla fede cristiana?
«Chi scrive canzoni si fa mille domande e trova risposte su strade impreviste. Slow Train Comin’ e Saved hanno pagine di ottimo gospel».

Dylan è un poeta?
«No, un cantautore, e c’è una bella differenza».

Chi è Dylan oggi?
«I suoi brani oggi come ieri volano non si sa dove, incontrano chissà chi ma continuano a cambiare la gente, e nessuno conosce il segreto di ciò».