Mille euro buttati per spostare fotocopie

Milano - Alla faccia del ministero, che i soldi per la Giustizia sono quelli che sono. E alla faccia dei tribunali, che di soldi da quelle parti ne vedono pure meno. Così l’equazione ha un che di impossibile. La giustizia non ha prezzo? Vero. La giustizia ha un costo? Vero anche questo. Più vero del vero, forse, è che coi denari - se sono pochi, e soprattutto pubblici - è bene fare di conto. Perché poi si scopre che per spedire due faldoni da Milano a Roma, lo Stato sborsa una cifra buona per volare andata e ritorno a Salvador de Bahia. In alta stagione.
Seicento chilometri da prima classe, dalla Procura lombarda alla corte di Cassazione. Qualche migliaio di fotocopie che viaggiano verso il Palazzaccio, per avere indietro un timbro di «ricevuta» da faxare agli uffici milanesi. Costo dell’accomodamento, euro 1.000 (mille!).
A bucarsi la mani ci vuole ben poco. Primo, escludere il treno e due agenti della Polfer che da capoluogo a capitale accompagnino quelle stesse carte a costo zero o quasi (cosa allo stato possibile). Secondo, rinunciare all’insana idea di trasmettere documenti via e-mail (cosa che allo stato ricade nell’impossibile) rassegnandosi al fatto che la burocrazia è fatta di carta, e che la tecnologia è il miraggio di un’altra epoca. Terzo, assegnare il prezioso incartamento a due pubblici ufficiali e lanciarli alla meta con rispettabile argent de poche. Quattrocentosessanta euro a testa di rimborso anticipato, e se poi si sfora c’è sempre la nota spese. Un po’ di pazienza, e i soldi arrivano.
Così parte la spedizione, la mattina di giovedì. I due agenti di polizia giudiziaria, ciascuno col proprio faldone sottobraccio, salgono sull’Alfa 147 d’ordinanza parcheggiata nel cortile del tribunale di Milano. Più o meno, sono le otto e mezza.
Casello-casello, a non schiacciare troppo sull’acceleratore, fanno sì e no cinque ore di viaggio. Poi c’è il traffico di Roma, che rallenta la comitiva. La coppia arriva in piazza Cavour che manca un quarto d’ora alle due. Tardi. Di poco, ma è tardi. Gli uffici della suprema Corte sono chiusi da quindici minuti. Tutto rimandato all’indomani. Poco male, un giorno e una notte nella capitale non sono mai stati una punizione.
Due pasti (pranzo e cena), una camera d’albergo (quattro stelle, perché è giusto stare comodi), colazione, consegna dei due faldoni, timbro di «ricevuta» che prende la via del fax, ancora pranzo e ritorno a Milano. A sera inoltrata. Ed è già venerdì, troppo vicino al sabato perché non sia già il caso di rimandare l’ufficio al lunedì.
Novecentoventi euro perché due tribunali comunichino. Esclusa il pieno di carburante, s’intende. Che paga sempre il ministero. «Ma con i buoni benzina», strizzano l’occhio in Procura a Milano. A beh, se è con i buoni...