Le mille luci di Siena: tutto lo splendore del Quattrocento

È la fiaba della Siena antica, quella che si respira nei suoi vicoli strettissimi, nelle sue mura addossate l’una all’altra, compatte e forti. Una Siena impenetrabile, fiera, raccolta intorno al vecchio e prestigioso ospedale, Santa Maria della Scala, fulcro un tempo della vita cittadina. Una fiaba che la città di oggi ha voluto riproporre, con ricchezza e abbondanza, all’interno di quella complessa struttura, con una grande mostra: «Da Jacopo della Quercia a Donatello. Le arti a Siena nel primo Rinascimento». Un titolo un po’ scontato per una rassegna colossale: 306 opere tra sculture, pitture, libri, tessuti, oreficerie, disegni; 135 enti prestatori tra musei e collezioni private italiane e straniere; una ventina di polittici ricostruiti con pezzi provenienti da Paesi lontani tra loro (fatto straordinario), 25 restauri, un massiccio (pesante!) catalogo (Federico Motta editore), sei anni di lavoro e una spesa complessiva di tre milioni e mezzo di euro.
Che significa Rinascimento a Siena? Ci fu o no? Ci fu, ma in modo vario e sfaccettato, ossessivamente legato alla tradizione gotica, ma capace di aprirsi al nuovo. In apertura troviamo il grande scultore Jacopo della Quercia, il primo ad aprire la città alle novità del tardogotico e a porsi come tramite di influenze esterne, padane e transalpine attraverso Bologna, dove è attivo. Quella dedicatagli è quasi una sezione monografica, con opere difficilmente visibili, e di grande impatto, dalla giovanile Madonna della melagrana di Ferrara in marmo, a santi e Madonne in legno policromo o terracotta, dai suggestivi marmi superstiti della Fonte Gaia (Acca Larentia, Rea Silvia, Sapienza, Progenitori), accompagnati dal disegno del progetto del 1409 a una delle ultime opere, l’imponente Madonna lignea giunta dal Louvre. Con Jacopo, altri scultori a delineare il tardogotico senese, anonimi collaboratori dal timbro aspro o scultori come Francesco di Valdambrino, dalle forme sinuose legate alla formazione pisana.
Dalla serie impressionante di Annunciate e gruppi lignei, si passa alla pittura. L’aggancio è quel bravissimo Martino di Bartolomeo che dipinge l’Annunciazione di San Gimignano scolpita in legno da Jacopo della Quercia, lasciando la sua firma accanto a quella dello scultore. Si affacciano i primi pittori locali: oltre a Martino di Bartolomeo, appunto, Taddeo di Bartolo, Benedetto del Bindo e altri. Come dipingono? Benissimo. Ma con i loro fondi oro, i colori smaglianti, le carpenterie lussuose, sono accaniti tradizionalisti. A spronare i senesi verso il nuovo arrivano però negli anni Venti del ’400 stranieri di spicco: Lorenzo Ghiberti e Donatello, che con Jacopo della Quercia devono realizzare il fonte battesimale del Battistero cittadino, pittori come Gentile da Fabriano, presente a Siena nel 1425. Sono la molla che fa scattare nei senesi un primo, delicato, Rinascimento, che ha i suoi rappresentati in maestri come Stefano di Giovanni detto «il Sassetta» e nei suoi seguaci, autori di nuove Madonne e scene sacre leggermente più terrene, che strizzano l’occhio a quelle dei colleghi fiorentini. Oggi le loro pale si intrecciano alle sculture di Donatello (compreso lo Spiritello tamburino in bronzo giunto da Berlino a far compagnia a quello del Bargello, entrambi un tempo sul fonte battesimale) e di Luca della Robbia, a dipinti di Gentile da Fabriano e Filippo Lippi. Ma siamo solo alla fine della prima sezione! Il resto, in mostra.
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«Da Jacopo della Quercia a Donatello. Le arti a Siena nel primo Rinascimento». Siena, Santa Maria della Scala e altre sedi (fino all’10 luglio). Informazioni: www.rinascimentosiena.it.