Mille pasti all’islamica nei penitenziari milanesi

I detenuti musulmani fanno proseliti tra gli italiani. Le guardie: «Un rischio in più. Scarsa la sicurezza, pochi i mediatori»

Stefania Malacrida

Dentro il carcere. Oltre le guardiole dei secondini. Oltre le sbarre che dividono i reparti. Fino ai vapori delle cucine. È qui che si può avere un riscontro concreto del dilagare del fenomeno Islam all’interno delle case circondariali. A chiedere il pasto musulmano, tra San Vittore, Opera e Bollate sono quasi un migliaio su circa 3.800 detenuti. E negli ultimi anni spunta persino una decina di nomi nostrani, italiani che apprezzano la carne macellata all’islamica. Una moda? Semplice voglia di cambiare menù? Può darsi. Certo è che i numeri danno il segno di una popolazione carceraria radicalmente cambiata, «di fronte alla quale - dicono all’unisono i poliziotti penitenziari - siamo completamente impreparati». Il timore del Sappe, sindacato autonomo della polizia penitenziaria, è che il carcere possa diventare terreno di coltura del terrorismo islamico, come lo è stato per quello «rosso» degli anni Settanta. «Con un organico ridotto all’osso - spiega Francesco Di Dio, segretario regionale del sindacato - è impossibile rispettare le norme di sicurezza». Dietro l’allarme, c’è la perenne piaga del sovraffollamento, oggi nella nuova versione dell’emergenza terrorismo.
Al momento sono cinque a Opera i condannati per reati legati al terrorismo, alloggiati nel braccio «As» (Alta sicurezza), il più grande d’Italia. Un’altra manciata si trova a San Vittore, in attesa di giudizio. Gente come Mohamed Daki, il marocchino accusato di organizzare spedizioni di guerriglieri in Irak, reso famoso dal giudizio di assoluzione formulato dal gip Clementina Forleo, e ora di nuovo in manette, ora di nuovo in attesa del processo del 15 novembre. Il programma di stretta vigilanza è gestito direttamente da Roma. Ma chi lo realizza concretamente, sono poi i secondini milanesi.
«Per ognuno di questi detenuti - continua Di Dio - ci dovrebbero essere tre agenti durante gli spostamenti. Invece siamo arrivati al punto che ce n’è uno per più carcerati». Oppure: «Durante le festività, dobbiamo concedere ai musulmani le palestre sottraendole all’uso normale da parte degli altri detenuti. E non è facile trovare il personale da piazzare attorno».
Per non parlare del problema della lingua. Niente corsi di arabo, niente mediatori culturali. O meglio: «A San Vittore ce ne sono un paio - dice Rocco Cilurzo del Uil-pa -. Ma si occupano per lo più dei galeotti al loro ingresso». Poi i poliziotti se la vedono da soli. «Per comunicare - continua Cilurzo - ce la caviamo a gesti. Ma certamente quello che si dicono tra di loro nessuno lo capisce». Approfondendo il discorso però, il mirino si sposta dai carcerati ai carcerieri: una popolazione di stipendiati afflitta da assenteismo cronico. Sembra che tra malattie e ferie il personale sia sempre ridotto a un terzo. Un fenomeno che nemmeno i rappresentanti sindacali nascondono. «Il 90 per cento di noi - dicono ancora da Uil e Sappe - viene dal Sud. E c’è sempre una fetta fisiologica di chi va periodicamente in trasferta al paese d’origine, più o meno coperto da certificati medici».
Mondo carcere, città nella città. Cinquemila anime a Opera tra «guardie» e «ladri», altrettante a San Vittore. Più il migliaio e mezzo della struttura di Bollate a custodia attenuata. Edifici pensati per accogliere la metà degli «ospiti» che vi si trovano accalcati. Intanto la società cambia, la schiera dei galeotti si islamizza. Tra un mese si celebra il Ramadan, e il pensiero va ancora alle cucine. Chiudono alle 18 di sera, ma garantiranno un pasto freddo ai musulmani ai quali il Corano prescrive di mangiare solo dopo il crepuscolo.
Sta scritto nero su bianco anche su una circolare timbrata dal ministero di Grazia e giustizia. È l’unica novità dalle istituzioni che riguarda le carceri, mentre tutt’attorno si fa a gara per aumentare la sicurezza. E un commento sorge spontaneo: «Si prendono misure antiterrorismo ovunque - dicono i poliziotti penitenziari -. Ma noi come al solito, siamo dimenticati».