Mille soldati a Nassirya, una notte nel pallone

Tony Damascelli

Voci di italiani, immagini dalla Germania, vento del deserto, tutto insieme, a Nassirya in questo sabato diverso, lungo, festaiolo. Mille soldati e più, raggrumati davanti ai televisori, nel campo Mittica. La Rai ha concesso la deroga alle truppe, decodifica il segnale che all’estero è criptato, Italia-Stati Uniti d’America, roba di football, un’ora e mezzo di passione e tifo nella notte irachena, improvvisamente lontani dall’odore della guerra, grazie al pallone che è il passaporto valido da esibire a qualunque check point, lasciapassare per qualunque frontiera.
Bandiere tricolori e magliette azzurre, a colorare la notte, aria di curva, senza striscioni e cori razzisti, conservando invece abiti e posture regolamentari, a differenza degli inglesi che quando si assiepano per assistere ai colpi di Beckham e Rooney, smettono le divise e dimenticano le discipline militari, si avvampano nelle gote, urlano, ballano e cantano, brandendo le bottiglie di birra come la bandiera di sua Maestà.
Ieri sera, dunque, erano le undici e al campo Mittica, a parte gli uomini chiamati in servizio, non c’era un solo posto libero davanti agli schermi, forza azzurri, in cento dialetti, con predominanza campana, perché la Brigata Garibaldi a quella terra attinge in dosi industriali e i paisà aspettavano queste ore per vincere la loro partita.
Divisi per pattuglie di tifo, milanisti, interisti, juventini, romanisti, laziali, gestiti da Francesco Tirino, avellinese, tenente colonnello, portavoce del nostro contingente in Irak.
Cena alle ore diciannove, menù generoso, ravioli, spaghetti in bianco e al pomodoro, seguono carne e pesce, varie insalate, spinaci, frutta abbondante, da bere niente vino in lista ma acqua, sprite e coca cola, un po’ di States non guasta, vista la congiuntura.
Temperatura impressionante. «Siamo sui 40-42, e andiamo verso la notte, dieci gradi in meno della canicola diurna. Organizzare una partita di calcio qui? Lasciamo perdere». Tirino ha la voce già in ansia per la partita. Dopo la cena adunata, il comandante Carmine De Pascale è buon intenditore di football, si apposta per l’evento.
Arriva il messaggio generale di ringraziamento e di coccole per Alberto Gilardino che aveva dedicato alla vigilia questa partita proprio ai nostri soldati in missione: «Appena inquadriamo la porta facciamo gol», parole e pensieri del Tirino di cui sopra. Il tenente colonnello è anche un mago. Così accade, il soldato Gila regala la prima caramella. Larrondia, arbitro uruguagio, incomincia a fischiare e ad agitare cartellini, molesta.
Il campo Mittica è diventato uno stadio, San Siro o San Paolo, l’Olimpico o il Delle Alpi, l’Arechi o il Partenio. Ci sono novanta minuti da vivere, in silenzio quasi, perché la preoccupazione prende a salire. «Antica Babilonia» viene messa da parte, spazio e tempo per distrarsi. E urlare al mondo e al mondiale, Zaccardo fa autogol ed è ooooh, stupore. Michel Massimo è il maresciallo, ha soltanto sangue azzurro, nel senso calcio Napoli, resta seduto senza parole. Qualcuno mette via la maglietta di Totti, il caporal maggiore scelto Marco Natale è irpino, abbacchiatissimo per la retrocessione dei «lupi» e per quel fallo di De Rossi che ci lascia in dieci «ma che ha fatto?». Replay, ha fatto. Fabio Mentone è il primo caporal maggiore, un altro cuore napoletano, stranito, la partita sbanda, l’arbitro fa e disfa. Intervallo, un the freddo, una coca cola ancora, scaramanzie. Tempo per rifiatare nell’aria di tulle al campo Mittica, l’Italia illude, delude, rilancia il sogno. È mezzanotte ma è come se fosse l’alba. Finale con il cuore che batte a mille, il tenente colonnello diventa soldato semplice, e gli altri ufficiali e graduati con lui, occhio all’orologio, tutti in piedi, o quasi, nel finale, a spingere il pallone, a sbirciare per non guardare. È l’una meno dieci, ora di Nassirya, luce spenta, l’Italia è di nuovo lontana. Quella di Lippi poi, ancora di più.