Le mille svolte di Ferri. A 110 all’ora

Dalla Dc al Psdi, ora da Forza Italia all’Udeur: l’ex ministro dei limiti di velocità cambia ancora

Guido Mattioni

La semplice locuzione «linea politica», se riferita a lui, assurge al rango di paradosso e diventa perfino traducibile in francese: nonsense. Perché a Enrico Ferri, appassionato collezionista della preposizione ex - ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, ex ministro dei Lavori Pubblici nel governo De Mita (’88), ex segretario ed ex capogruppo socialdemocratico alla Camera, ex europarlamentare di Forza Italia, ex pluri-sindaco della sua Pontremoli e titolare di tanti altri «ex qualcosa» che sarebbe eccessivo elencare - non sono mai piaciute le righe dritte. Estroso com'è, preferisce le spezzate, i ghirigori, gli zigo-zago. Oppure, trasferendo il concetto dalla carta all'asfalto, proprio là dove il Ferri ministro conobbe il culmine della popolarità con il famigerato (e da lui stesso guasconamente violato) limite dei 110 all'ora, si può dire che prediliga le curve, i tornanti e - massimo della goduria - le inversioni a «U».
Sempre politiche, s'intende. L'ultima, almeno in ordine di tempo (diamine, non mettiamo proprio a lui un limite!), è di due giorni fa. Quando Ferri ha annunciato l'addio al centrodestra e il lancio del cuore al di là della barricata, nel variopinto coacervo dell'Unione. Portando inoltre con sé in dote il figlio Jacopo, 39 anni, consigliere regionale di Forza Italia in Toscana, anch'egli folgorato sulla via di Ceppaloni. Abbandonata infatti la Casa (delle libertà) e l'insegna del partito azzurro, il nostro «ex tutto» ha trovato ospitalità sotto un Campanile: quello puntuto dell'Udeur, scelto forse come benaugurante simbolo di cosa eretta dal suo fondatore, Clemente Mastella, altro campione di percorsi curvilinei.
Uno che, come Ferri, sta alla coerenza politica quanto gli alberghi di Las Vegas alla sobrietà architettonica. Fino al 18 febbraio Ferri ha sgomitato per garantirsi ancora un seggio sicuro in Cdl. Pretesa rivelatasi però impossibile per via dell'attuale legge elettorale, con le liste di fatto bloccate. Quel posto per lui non c'era, tenuto anche conto che Forza Italia l'opportunità gliel'aveva già data: alle europee del '99 (da cui era uscito eletto) e a quelle del 2004, dall’esito invece negativo. La perdita di quel seggio a Strasburgo, che Ferri aveva miracolosamente riconquistato nel '94, pur se per il rotto della cuffia, con un risicato 0,6% di suffragi, unico eletto di una rinata lista socialdemocratica, aveva rappresentato per lui un autentico dramma. «Ha sempre avuto la smania delle cariche - ricorda un vecchio compagno del Psdi -. Basti dire che dopo l'elezione a Strasburgo aveva giurato e stragiurato al segretario del partito di rinunciare al seggio pur di ottenere la carica di capogruppo a Roma, a cui teneva da morire. Infatti la ottenne, guardandosi però bene dall'abbandonare il Parlamento europeo».
Una febbre, la sua. Se gliene davi l'opportunità era pronto a correre dovunque, come del resto ha fatto, dal Comune di Roma alla Regione Lombardia, perfino alla Provincia di Massa. «Disposto a stringere patti anche col diavolo, pur di farsi eleggere - ricorda Lucio Barani, sindaco di Villafranca in Lunigiana -. Tanto che proprio nella corsa alla Provincia di Massa, nel '94, non esitò a farsi appoggiare da una lista del Movimento sociale italiano. Con la conseguenza di essere ignominiosamente espulso dall’Internazionale socialista». Così ora, dopo aver vissuto in quasi tutte le case dell’area di centro (il suo itinerario comincia dalla sinistra Dc, da cui uscì per dissensi con Martinazzoli, per poi passare al Psdi, sposare la Lista Segni, far risorgere a Strasburgo l'antico sole di Saragat, assaggiare anche l'Udc nel '96 e infine traslocare in Forza Italia), «pur di afferrare due braccioli si è visto costretto ad accettare l'offerta dell'Udeur», spiega l'ex compagno. Che aggiunge: «Conoscendolo non mi meraviglio, ma mi si stringe il cuore immaginandolo stretto tra Mastella, Bertinotti e il no global Caruso». Ma Ferri è come il suo quasi omonimo metallo: si piega, ma non si spezza. Mantenendo inalterati l'ottimismo e il sorriso a «32 denti 32» che ha sempre indossato, a mo’ di maschera acchiappavoti. Così come il suo immacolato e ben ravviato set pilifero di foggia mazziniana, l'inseparabile loden verde e la spilla con il becco giallo di Paperino sul bavero della giacca. Forse perché anche Paperino è uno che non si arrende.
E dato che non si butta via niente, sul suo sito internet www.enricoferri.it l'ex ministro conserva in bella vista il «santino» elettorale di quando correva per il partito azzurro. Mentre il collegamento con l'home page di Forza Italia resta ancora sotto il titolo «I miei links preferiti». Certo una dimenticanza, figlia della fretta per l'ennesimo trasloco. O forse soltanto perché non si sa mai. Perché anche Paperino si piega, ma non si spezza.