Miller: «Medaglie? Mi interessa divertirmi»

Maria Rosa Quario

da Torino

Sereno, sorridente, rilassato, allegro. Jeans, scarpe da ginnastica, maglietta con bandiera Usa sulle maniche corte e scritta «Go Fast Spirit» sul petto. Bode Miller aveva detto di non voler scendere a Torino per la premiazione della combinata, ma forse la sua era stata solo una battuta per sdrammatizzare, ieri infatti eccolo a Torino, a Moncalieri per la precisione, ospite nella sede del Golf Club, battezzata Casa Barilla per l’occasione. Prima di buttarsi su una pastasciutta e di correre a vedere la partita di hockey fra Stati Uniti e Lettonia, Bode si concede senza problemi a un gruppo di giornalisti, gli stranieri prima, quelli Usa poi, con una splendida ragazza (scelta a caso?) che gli porge il microfono come fosse un bacio. Parla di tutto Bode, risponde a tutto, i no comment che ultimamente ha spesso ripetuto al traguardo li lascia da parte, del resto le domande non sembrano infastidirlo, e in ogni caso non ce ne sono molte, il tempo a disposizione è trenta minuti, e lui parla per almeno ventinove.
Bilancio provvisorio?
«Sono arrivato all’Olimpiade con l’obiettivo di divertirmi e di ritrovare certe sensazioni sugli sci. Finora sono molto soddisfatto, innanzitutto perché a Sestriere abbiamo trovato condizioni di neve, pista e sole che ci eravamo sognati per tutto l’inverno. In discesa sono andato bene, il quinto posto a qualcuno può sembrare poca cosa, ma anche i centesimi che mi hanno tenuto giù dal podio sono poca cosa. Deneriaz quel giorno era in ogni caso imbattibile».
L’oro di Ligety in combinata?
«Sono orgoglioso di Ted, lui non aveva mai vinto nulla, in discesa non aveva mai fatto un punto in coppa, in combinata non era mai stato nei tre, eppure ora è campione olimpico. Storia stupenda, è questa la bellezza dei Giochi olimpici, da un secondo all’altro ti cambiano la vita, da signor nessuno diventi una star».
Guardiamo avanti.
«Al superG di sabato, non vedo l’ora, è la gara che aspetto con più ansia, quella in cui penso di poter dare il mio massimo. Ma non parlatemi di medaglie, io per massimo intendo divertimento, eccitazione, piacere della velocità e dell’interpretazione del tracciato. Il superG fa proprio per me, che scio seguendo l’istinto, che invento le linee man mano che scendo, che non programmo nulla a tavolino, come fanno tutti».
Pensa alle medaglie?
«Sono gli altri che vogliono che io vinca medaglie, non io. Io voglio sciare e divertirmi. Se poi mi viene tutto bene e arriva anche la medaglia, tanto meglio. Ma a me le medaglie non interessano, quelle che ho a casa, compreso i due argenti olimpici vinti quattro anni fa, non mi servono a nulla ».
Ma non è contento ora di essere l’atleta più famoso e ricercato?
«Sono contento, sì, sono un uomo molto felice, ma lo sono pensando al cammino che ho fatto per arrivare qui. Essere all’Olimpiade mi piace perché mi rispecchio nell’ideale olimpico, quello sportivo, quello etico, che non sempre viene rispettato, però».
Perché dice questo?
«Lo sport è corrotto dai meccanismi innescati dai media e dai tifosi. Un atleta che non vince non viene considerato, nessuno lo cerca per chiedergli cosa pensa, nessuno gli chiede un autografo, nessuno urla o fa il tifo per lui. Allora lui vuole diventare qualcuno, vuole essere come quelli che vincono, e per farlo a volte non usa i metodi puliti. Il doping è figlio di questa corruzione».
Ma se è contro la competizione, perché la fa?
«Perché è l’unico modo per potersi esprimere in totale libertà, dando sempre il massimo. Nella vita normale questo non è concesso. E poi, fare l’atleta permette di viaggiare, io adoro viaggiare, e di guadagnare bene, e non è male potersi permettere quello che si vuole».
Ha rimpianti?
«Nessuno. Se domani smettessi di sciare sarei felice, se poi decidessi di ricominciare non sarebbe certo per le vittorie, ma solo per il piacere che mi dà questa vita».