Millesimo «cancella» le strisce bianconere

Paolo Bertuccio

Un lato positivo, se così vogliamo chiamarlo, c'è. Se non altro i duecentocinquanta soci e il presidente dello Juventus Club di Millesimo, nell'entroterra savonese, si risparmieranno in queste settimane d'inferno l'ennesima pantomima in salsa bianconera: quella di una squadra che non sa ancora se giocherà in serie A, B o addirittura C ma già chiede i soldi per il rinnovo degli abbonamenti. Si faranno un po' di sangue marcio in meno, perché a Millesimo lo Juventus Club non esiste più.
Chiuso, un po' per protesta e un po' per disillusione, per via dell'arcinoto scandalo calcistico che vede la società torinese in una posizione che, se verificata, risulterebbe difficilmente digeribile anche per il supporter più incallito. Supporter il cui cuore, però, non smetterà mai di battere per quelle maglie e quei colori, indipendentemente dalle vicissitudini societarie: una sindrome che già i genoani conoscono bene, e che quest'anno sta contagiando il mondo juventino. Ne può parlare con cognizione di causa l'ormai ex segretario del club, Paolo Ferro: «Io tifo Juventus, ma per ragioni di famiglia un po' della mia simpatia va anche ai rossoblù. In un certo senso le vicissitudini dell'anno scorso mi hanno vaccinato, e so che il mio cuore e quello di moltissimi altri tifosi rimarrà sempre bianconero, indipendentemente dal campionato che disputeremo». Ma allora il club? Chi si occuperà dei biglietti, le trasferte, i pullman?
«Niente paura: questo è un momento particolare, in cui abbiamo voluto far sentire la nostra protesta contro un calcio troppo finto e corrotto, ma appena si stabilizzerà la situazione rifonderemo un nuovo club, sperando che sia veramente un nuovo inizio».
Per adesso, nella sala della trattoria Nazionale, sede storica della juventinità locale, rimangono solo le fotografie appese alle pareti a ricordare un passato grande e glorioso, sia per la squadra che per il circolo dei fans. Moreno Torricelli e Alessio Tacchinardi, fluenti chiome della Juve di metà anni '90, attorniati da un gruppone di tifosi che sta a fatica dentro la cornice, sullo sfondo i tavoli coi resti di un'allegra cena sociale. Michelangelo Rampulla, poi, il «numero dodici» per eccellenza; infine l'emblema della Juve dei trionfi, il divin codino Roberto Baggio. E poi qualche scheggia di storia che rimbalza dalla memoria del segretario, come quella volta che lo Juve Club di Millesimo finì su tutti i giornali d'Italia e suscitò simpatia tra tutti gli appassionati di calcio e non. Tutto cominciò con una infelice battuta di un Pablito Rossi in vena di capricci, freschissimo reduce dell'impresa di Spagna '82: «Una questione di soldi: il presidente Boniperti gli offrì un sostanzioso contratto da 250 milioni e lui se ne uscì con questa frase agghiacciante: “troppo poco, come faccio a mantenere mio figlio?”». Immediatamente prese corpo l'idea, l'intelligente provocazione: «Se Paolo Rossi aveva delle difficoltà economiche come diceva, bisognava aiutarlo: organizzammo una colletta tra i soci del club e riuscimmo addirittura a farci ricevere in sede da Boniperti per consegnargli la busta. Fu molto gentile, tutti capirono l'ironia del gesto». Tifosi sì, ma non con l'anello al naso. Storie di più di vent'anni fa: sembra invece difficile pensare di sdrammatizzare così le odierne vicende del calcioscandalo. L'unica provocazione possibile è farsi sdegnosamente da parte, almeno per un po'.
E poi, come dicevamo, c'è anche la beffa degli abbonamenti da rinnovare entro maggio, in piena tempesta e col futuro della squadra che è un grosso punto interrogativo: «E chi lo fa l'abbonamento?», si chiede amaro Ferro. «Come si fa a pensare di andare allo stadio a vedere una partita con il dubbio che invece sia una specie di recita? E poi, è forse possibile abbonarsi senza sapere in quale campionato si giocherà, e quindi anche il giorno degli incontri? L'unica cosa da fare è aspettare. Io sono abbonato da tempo immemore, e con me tanti altri ex soci del club. Torneremo tutti allo stadio, anche in serie C, ma adesso non è proprio il caso di parlarne».
C'è solo bisogno di fermarsi e riflettere, nella speranza (o nell'illusione) che le cose cambino. A quel punto, si potrà tornare a fare i tifosi, a metterci il cuore. A Millesimo, assicurano, sono già pronti.