Mills ammette: "Berlusconi vittima delle mie bugie, nel '98 mentii"

L’avvocato inglese sotto accusa scrive un memoriale
al giudice Gandus: "Sono innocente, nel 1998 mentii"

Milano - Voleva venire in aula, l’avvocato David Mills, per spiegare al giudice Nicoletta Gandus le sue ragioni, i suoi errori, le sue verità. Alla fine, ha ritenuto più prudente mandare ai giudici una lettera dall’Inghilterra: otto pagine per convincerli, prima che entrino in camera di consiglio per la sentenza, di non essere il testimone corrotto che la Procura di Milano lo accusa di essere. Di non avere mai preso soldi dalla Fininvest né da Berlusconi per mentire quando una vita fa, nel 1998, venne interrogato sulla struttura del comparto estero del gruppo del Biscione. Dice Mills: quella volta dissi tutta la verità, tanto che i miei amici della Fininvest in corridoio mi guardavano come un traditore. Altro che testimone corrotto.

Il processo che si avvia alla conclusione è quello che fino a poco tempo fa vedeva imputato anche il Cavaliere, uscito poi di scena per l’entrata in vigore del «lodo Alfano». Ma la legge che congela i processi ai vertici delle istituzioni non ha impedito che il processo andasse avanti contro il solo Mills. Che si è ritrovato da solo sul banco degli imputati, convinto che la Procura voglia a tutti i costi far condannare lui per condannare - di rimbalzo, e almeno mediaticamente - anche il capo del governo.

«Ma io sono innocente», rivendica Mills insieme al suo avvocato Federico Cecconi. Per dimostrare la propria innocenza, l’avvocato di Londra deve però demolire un castello costruito da lui stesso: le affermazioni - rese prima a un fiscalista suo amico, poi ai pm milanesi - in cui giustificava come un «regalo» di Carlo Bernasconi, manager Fininvest scomparso poco dopo, 600mila dollari piovuti su un suo conto dopo la testimonianza milanese. Era, disse, il ringraziamento per i tricky corners, le acrobazie o le gimcane, compiute durante gli interrogatori.

«È doveroso dire - scrive ora Mills - che ho fatto degli errori, ho condotto male i miei affari e ho causato molti fastidi a delle persone che non hanno in nessun modo meritato tale guaio. Ma non sono mai stato corrotto né da Carlo Bernasconi né dal dottor Silvio Berlusconi o da qualsiasi altra persona».

Tutto, spiega Mills, inizia il 23 gennaio 2004, quando il fisco inglese gli comunica di avere scovato sui suoi conti 600mila dollari non dichiarati. Sono soldi che vengono - e il processo lo ha poi confermato - da un altro suo cliente, l’armatore Diego Attanasio. Ma Mills allora non può dirlo. Rischia di essere incriminato dalla giustizia di Sua Maestà, che con gli evasori non è tenera. «Ho una memoria chiarissima del momento in cui, il pomeriggio del sabato 31 gennaio 2004, mi colpì l’idea di attribuire i proventi ad un altro amico, Carlo Bernasconi, il quale era defunto improvvisamente nel 2001». Il solito trucco, insomma, di tirare in ballo un morto, uno che non può smentire.

Nasce così la lettera al fiscalista, «questa disastrosa lettera» in cui si parla dei tricky corners, dei trucchetti durante le testimonianze. Dettagli che «erano arricchiti per rendere più credibile la storia». E così nasce anche la confessione davanti ai pm milanesi Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo.

«Non c’era coercizione, ma dopo dieci ore di interrogatorio, davanti a due pm uno dei quali uno agiva da amico, l’altro un po’ più ostile, tutti e due insistenti e scettici, avevo il morale a terra». «Il forte timore di essere arrestato», scrive Mills, mi spinse ad insistere nella bugia: «Senz’altro un errore, ma nelle circostanze menzionate, un errore comprensibile. In ogni caso, anche dopo avere firmato il verbale, non pensavo affatto che avessi confessato un atto corruttivo. Non c’era mai stato un accordo per rendere testimonianze false, non c’era mai stata la volontà di favorire Berlusconi».
«Sono innocente delle accuse e mi affido con serenità al vostro giudizio», scrive alla fine Mills ai giudici milanesi. Il 17 febbraio la sentenza dirà se è riuscito a convincerli.