«Mills corrotto dopo la testimonianza» Così i giudici evitano la prescrizione

MilanoAl tribunale presieduto da Nicoletta Gandus erano servite quattrocento pagine e tre mesi di tempo per dichiarare l’avvocato David Mills colpevole di essersi fatto corrompere da Silvio Berlusconi. Alla Corte d’appello di Milano bastano quindici giorni e 92 pagine per arrivare alla stessa conclusione. La condanna-bis di Mills - processo lampo e motivazioni lampo - è indispensabile ai giudici milanesi per evitare che su tutta la vicenda - il «ringraziamento» da 600mila dollari che Mills avrebbe ricevuto per non raccontare alla Procura milanese tutta la verità sui conti esteri del Cavaliere e della sua famiglia - cali la prescrizione. Se ora la Cassazione sarà altrettanto rapida nel fare il suo lavoro, prima di marzo la condanna a quattro anni e mezzo di carcere di Mills potrebbe diventare definitiva. E il passaporto britannico forse non salverebbe il famoso legale, coniuge separato del ministro laburista Tessa Jewel, dall’estradizione.
La Gandus aveva - nel condannare Mills - accusato senza mezzi termini anche Silvio Berlusconi, uscito dalla scena processuale per l’entrata in vigore del «Lodo Alfano», e la cosa aveva suscitato più di una polemica: perché era parso che, non avendo potuto processare né condannare il Cavaliere, la dottoressa usasse ugualmente la clava nei suoi confronti. La Corte d’appello non ci ricasca. Di Berlusconi, nelle 92 pagine, si parla poco o nulla. Della posizione del capo del governo si occuperà nei dettagli il nuovo tribunale che, a partire dal prossimo 27 novembre, riceverà in eredità dalla Gandus il processo di primo grado, destinato a ripartire dopo l’abrogazione del Lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale.
Ma la sentenza della Corte d’appello depositata ieri presenta comunque aspetti interessanti: e, al termine della lettura delle pagine, tutto l’affare Mills appare non più chiaro ma, se possibile, ancora più confuso. La Corte d’appello infatti conferma la condanna di Mills ma ribalta la sentenza della Gandus su un dettaglio non da poco: quando avvenne la corruzione del legale inglese? In che data Mills e Carlo Bernasconi, stretto collaboratore del Cavaliere, si sarebbero messi d’accordo per ricompensare a suon di dollari i silenzi dell’avvocato? Quando Mills era già stato chiamato a testimoniare davanti ai pm milanesi? O prima? O dopo?
Secondo la sentenza della Gandus, l’accordo era precedente alla convocazione di Mills in Procura: l’avvocato e Berlusconi si sarebbero messi d’accordo sulla linea da seguire, nel caso che Mills fosse stato interrogato. La Corte d’appello non è dello stesso avviso: l’accordo avvenne dopo, quando Mills era già stato interrogato, come una sorta di ringraziamento postumo per la sua discrezione. «Corruzione susseguente», la chiama il codice, anche se in Cassazione ci sono diverse scuole di pensiero sulla sua applicabilità a casi di questo genere. E poco conta, per la Corte d’appello, che la Procura avesse formulato un’imputazione diversa: «È ben vero - ammette ieri la sentenza - che il capo d’accusa indica l’espressione “al fine di favorire”, che sembrerebbe indicare una attività da compiere; in realtà (...) tale formula non vuole indicare una condotta da compiere ma già compiuta».
La data di consumazione del reato non è dettaglio da poco, perché da questo dipende la prescrizione del reato: non solo in questo processo, ma anche in quello che si prepara a ripartire contro Silvio Berlusconi. In genere, la corruzione si considera commessa quando i soldi vengono promessi o comunque versati dal corruttore al corrotto. Se questo criterio si applicasse al caso Mills, tutta la vicenda sarebbe estinta: anche perché la stessa Corte d’appello riconosce che «le varie consulenze non hanno offerto precisi punti di riferimento circa il trasferimento della somma corruttiva». Invece secondo la Corte - che su questo punto si allinea in pieno alle posizioni della Procura e della Gandus - per iniziare a calcolare la prescrizione bisogna partire ancora dopo: a febbraio 2000, quando Mills preleva i 600mila dollari dal Turrey Global Fund, un calderone contabile in una banca offshore (controllato da lui medesimo) dove fino a quel momento erano rimasti mischiati a quattrini dalle provenienze più disparate, e se li mette materialmente in tasca.