Mills: "La sentenza deforma gli atti"

Verso l'appello. Il legale inglese al "Giornale": "Peggio di quanto mi aspettassi. Quel reato non esiste"

Per tutto il giorno David Mackenzie Mills ha provato a tenere a bada la profonda, solenne arrabbiatura che la lettura della sentenza dei giudici milanesi gli faceva salire ora dopo ora. «Sono deluso e sorpreso ma faremo appello, e l’appello ha un’eccellente prospettiva di successo – si limita a dire Mills a metà giornata, ai microfoni di Sky Tg24 –, per adesso parlerà il mio legale Federico Cecconi; quando il caso sarà chiuso, certamente parlerò anche io». «Quei soldi non me li ha dati Berlusconi», aveva ribadito poche ore prima al corrispondente da Londra di Repubblica.
Però chi lo conosce, e sa come ha vissuto questi quindici anni di esposizione mediatica, sa che Mills è rimasto colpito profondamente dal modo in cui lo tratta la sentenza del tribunale presieduto dal giudice Nicoletta Gandus. A pesargli è il rifiuto assoluto dei giudici di credere alla sua ritrattazione, alla lettera tanto malferma nell’italiano quanto accorata nei toni con cui nel gennaio scorso cercò di convincere il tribunale di non essersi mai fatto corrompere da Berlusconi, di non avere mai mentito durante le sue testimonianze. Ancora di più gli pesano quelle definizioni che i giudici gli calano addosso («mente diabolica») e che sente di non meritarsi. Così, alle otto di sera, fa avere al Giornale una dichiarazione che è anche uno sfogo. La rabbia di chi non è stato creduto.
«La lettura della sentenza - dice David Mills - è persino peggiore di quanto mi potessi aspettare. Vi è stata una deformazione irragionevole di atti e documenti che dimostravano senza alcuna forma di dubbio la mia estraneità al reato che mi è stato contestato».
Sono parole cariche di emozione ma anche scelte con attenzione. Quando Mills dice che la sentenza è ancora «peggiore di quanto mi potessi aspettare» ha in mente dei passaggi precisi. Non solo i giudizi sferzanti che gli vengono riservati dai magistrati milanesi: ma anche un’accusa in qualche modo nuova, una imputazione che nel processo non c’era e che neanche il pm De Pasquale gli aveva contestato. È quella relativa al cosiddetto «dividendo Horizon», i dieci miliardi provenienti dalle plusvalenze di una società offshore che finirono nelle mani sue e dei suoi colleghi di studio. Silvio Berlusconi sostiene che quei miliardi furono incamerati da Mills senza il consenso di Fininvest, e che ne nacque anzi un «aspro contenzioso». Per la dottoressa Gandus, invece, è da quel momento che Mills viene arruolato «a libro paga». Una delle «deformazioni irragionevoli» che più lo hanno fatto arrabbiare.