MILVA Da pantera di Goro a commendatore

È un’interprete acuta di Bertolt Brecht

Giovanni Testori, che per Milva scrisse un song accorato e struggente come Volpe d'amore, diceva che la casa della cantante racchiudeva tesori inesplorati, in parte ignoti persino a colei che da trent'anni ne ha fatto il suo Buen Retiro. E l'altro Giovanni, il poeta Raboni che le dedicò In sogno, un testo di sapore parigino in cui Milva, appena desta, confessa tra le lacrime che l'alba fa appassire i fiori che ci regala la notte, aggiungeva che la sua dimora colma di quadri d'autore è il ritratto psicologico della ragazzina che a Sanremo, l'anno della sua rivelazione, ordinava caffelatte al bar mentre, senza farsi scorgere, studiava lo spartito di Jenny dei pirati.
È vero, Milva? O dovremmo dire «Signor commendatore»?
«Dio mio, no! Non vorrà mica farmi passare per un signore panciuto in finanziera con la catena d'oro dell'orologio che gli spunta di tasca!»
Eppure da un anno a questa parte, oltre ad essere stata insignita in Italia di questa ambita onorificenza, la più grande interprete vivente di Bertolt Brecht è stata nominata Grand'Ufficiale in Germania...
«Non lo nego e non lo nascondo. Ne sono orgogliosa, che diamine! Anche se tanti riconoscimenti mi mettono in ansia. Suonano un po' come un prepensionamento di lusso per la ragazzaccia indocile che sono, sempre attenta a nuove sfide, sempre curiosa di ciò che l'attende all'angolo della strada».
Dove la porta adesso, Milva, questa inguaribile curiosità?
«A Capri per ricevere un premio e subito dopo a Berlino».
A far cosa?
«A celebrare, ancora una volta, il mio diletto BB, “l'uomo dei boschi neri” come si definiva con una punta di snobismo l'autore dell'Opera da tre soldi. Ho in programma una non-stop di tre giorni al Berliner con un'antologia di Brecht comprensiva di tutto ciò che ho scoperto, scovato, esumato in tanti anni dedicati alla valorizzazione di questo straordinario uomo di teatro».
E in Italia?
«Da novembre riprendo La variante di Lüneburg, lo spettacolo tratto dal romanzo di Maurensig dove si gioca senza esclusione di colpi una partita a scacchi dall'esito mortale. Ingaggiata e vinta, l'anno scorso, nel Friuli Venezia Giulia ed esportata quest'anno su e giù per la penisola»
E poi?
«In Germania rivedrò Werner Herzog sotto la cui direzione ho girato Gesualdo da Venosa, un film sperimentale sulla vita del grande madrigalista del sedicesimo secolo che vendicò nel sangue l'onore perduto. C'è in vista un progetto multimediale che mi affascina per la sua audacia».
Un'attività incessante che, come e peggio del solito, la porterà lontano dalle sue radici che, a quanto si dice, sono profondamente milanesi...
«Amo Milano, è vero. Adoro novembre, un mese che fino a qualche anno fa significava pallidi veli di nebbia sospesi magicamente sui Navigli. Ma adoro anche i giardini segreti di Milano, il verde lombardo che si apre a corolla dove meno te lo aspetti, dietro le facciate dei palazzi patrizi, a ridosso dei cortili di pietra. La mia Milano è una città più romantica di quanto si creda. Che corre a braccia aperte in direzione di chi la cerca. Come faccio io, non appena me lo consentono i fusi orari, gli itinerari di volo, i viaggi transoceanici».
Si dice in giro che non c'è mai tregua per Milva. Anche quest'anno non farà eccezione?
«Ci saranno impegni, tournée e ancora nuovi impegni. Ma non con la frenesia di un tempo. Non ho più voglia di sfiancarmi giorno dopo giorno in quei tour incessanti che mi hanno guadagnato l'etichetta di instancabile globe-trotter. Adesso sento il bisogno di scegliere con maggiore oculatezza. Per studiare e per leggere, che sono per me l'autentico riposo della testa e del cuore».
Ma cosa legge Milva? Poesie o romanzi?
«Mi piace scoprire poco per volta cosa si nasconde dietro carriere eccezionali».
Può farmi qualche esempio?
«Sto impazzendo per Lezioni private, il libro di Hélène Grimaud dove la grande pianista coniuga la storia della sua vocazione con l'amore per la natura e i lupi selvaggi che, grazie a lei, ascoltano Schumann. Non è magnifico?».