Milva torna ai vecchi amori e canta Brecht

Al Piccolo Teatro fino a domenica la riedizione dello storico recital firmato da Giorgio Strehler nel ’65 e diventato ormai un classico

Igor Principe

A un certo punto, dice di aver paura. Francamente, non te lo aspetti. Vivace come il rosso dei suoi capelli - un pezzo di storia dello spettacolo italiano - Milva (la «Pantera di Goro») confessa apertamente di essere «spaventata dall'età, che non aiuta di fronte a un recital tanto faticoso».
Ti verrebbe da non crederle: il recital è Milva canta Brecht. La familiarità che l'artista ha con il grande drammaturgo tedesco è la stessa che Ronaldinho ha con il pallone. Quel che ti spinge a darle credito, mettendo da parte l'idea che si tratti di gigioneria da protocollo artistico, è la sincera disinvoltura con cui la protagonista affronta l'anagrafe. «Ho sessantasei anni e quattro ernie al disco. Per di più, il giovane e magnifico pianista che doveva affiancarmi in un passaggio danzato dello spettacolo non ci sarà, bloccato dal colpo della strega».
Il riferimento, per nulla casuale, è a Stefano Bollani, che stasera non sarà sul palco del teatro Strehler (il recital rimarrà fino a domenica: si spera in Bollani per le date successive). «Ma devo aggiungere che mi avvicino ai settanta con delle cose bellissime che mi sono state regalate da mamma e papà - prosegue Milva -: energia, forza e curiosità. Se mi domando cosa ancora oggi io possa dire cantando la Ballata di Maria Sanders, riesco comunque a trovare la risposta. Grazie anche a Brecht, che non finisce mai di dire qualcosa di nuovo».
La fusione tra futuro e passato caratterizza in profondità questo spettacolo. Il futuro è proprio nell'attualità delle domande che il drammaturgo si poneva osservando il suo mondo, forse non troppo diverso dal nostro. Il passato è tutto in un nome: Giorgio Strehler, che nel 1965 celebra il primo incontro tra Milva e Brecht in Poesie e canzoni e che seguirà tutti quelli a venire, fino al 1995. «Giorgio si arrabbiava quando negli ultimi tempi suggerivo un'interpretazione alla Ute Lemper - ricorda la cantante - .“No”, mi diceva, “lei canta Kurt Weill, tu sei un'interprete brechtiana”».
Ne parla, e si capisce quanto possa significare per lei il ritorno in una sala del Piccolo con uno spettacolo come questo. «Non lo chiamerei semplicemente spettacolo - precisa -. Lo considero più un incontro con il pubblico, in cui un ruolo fondamentale è giocato dai musicisti. Per la prima volta avremo una pianista (Vicky Schaetzinger, ndr), che mi ha già accompagnato sulle musiche di Astor Piazzolla. Inoltre ci sarà un sax, che prima non era informazione (Marco Albonetti). Chi sarà in sala troverà saranno sorprese interessanti. E anche divertenti».
Strutturato in tre parti, Milva canta Brecht si muove lungo i capitoli delle ballate, della guerra e delle figure femminili, con musiche dello stesso Brecht, di Hans Eisler e di Kurt Weill. La protagonista pare una versione più affascinante dello Zelig di alleniana memoria: cambia costume e immagine di sé quasi a ogni passaggio cantato. «A un certo punto credo di assomigliare ad un giovane Romano Prodi, con occhiali spessi tutt'altro che facili da gestire». Si tratta del secondo brano, Jacob Apfelböck, che segue La ballata dell'agiatezza, appiglio da cui la regista, Cristina Pezzoli, spiega dov'è la lente attraverso Brecht guarda al futuro.
«È nelle domande che lui stesso si faceva. Quella ballata è un inno ironico al fascino del denaro, tema dominante del nostro presente. E le tre ninnenanne del 1932, che aprono la parte dedicata alla guerra, rimandano immediatamente alla tragedia di Beslan». Agganci alla contemporaneità che Pezzoli ha voluto sottolineare facendo scorrere brevi filmati di quanto accade oggi nel mondo.