MILZA «Italiani, siete i primi nemici di voi stessi»

Lo storico francese punta la sua «Histoire d’Italie» sul problema dell’identità nazionale

Oggi dice che è stata «un’avventura folle». E forse proprio per questo da tempo in Francia non ci aveva provato più nessuno: la sua Histoire d’Italie, edita da Fayard nelle scorse settimane, è la prima opera generale dedicata alle vicende storiche del nostro Paese pubblicata a Parigi negli ultimi 10 anni.
Pierre Milza, classe 1932, professore emerito di storia contemporanea all’Institut d’Études politiques e autore tra l’altro di una apprezzata biografia di Mussolini (in Italia pubblicata da Carocci nel 2000), aveva una motivazione in più per mettersi al lavoro: «Un dovere da compiere nei confronti di mio padre», scrive nella prefazione. Nato a Bardi, in provincia di Parma, Milza senior fece in tempo a finire il liceo e a combattere sul fronte del Piave nell’ultimo anno della Grande guerra, prima di emigrare in Francia. Si spiega così la passione del figlio per la Penisola e la sua curiosità per il rapporto che gli italiani hanno con la loro identità. «È la questione che ha dominato la vostra storiografia dall’Unità ad oggi», dice.
Forse perché è un’identità più debole e problematica di quella, tanto per fare un esempio, francese.
«In realtà c’è da chiedersi se il problema esista davvero. Vedo la conseguenza di un’unità nazionale raggiunta in ritardo. Ma mi domando anche se a tenere viva la questione non sia stata la tendenza di molti storici ad accentuare gli aspetti, diciamo così, pessimistici della storia della Penisola. La realtà è che gli italiani, a differenza dei francesi, conoscono bene l’arte di autodenigrarsi. Fino ad arrivare a dire che l’Italia, come senso dell’identità nazionale, non esiste. Fino a parlare della costruzione nazionale come semplice frutto degli interessi di una piccola, miope e minoritaria classe dirigente»
A chi si riferisce quando parla di storiografia?
«In tempi vicini penso per esempio agli autori della Storia d’Italia dell’Einaudi, prima ancora si può tornare a Gramsci. Più in generale a un approccio ideologico e marxisteggiante che ha influenzato larga parte della produzione storica».
D’altra parte non si può negare: da Machiavelli in poi i lamenti sulle difficoltà della nostra esistenza nazionale sono continui. E anche i francesi ci hanno messo del loro. Dal Rinascimento all’Ottocento a Parigi e dintorni c’è una frase che torna spesso: «les italiens ne se battent pas», gli italiani non si battono... Sale sulle nostre ferite.
«Nessuno nega che la questione dell’identità italiana sia complessa. Quanto al giudizio francese, potrà capire, con la mia storia familiare la cosa mi ha sempre interessato da vicino. Ma lei ha citato un periodo in cui tra i popoli c’era un unico criterio di giudizio: le virtù militari. Quando insegnavo al liceo utilizzavamo un vecchio testo che citava un detto di Napoleone sui soldati russi: “ucciderli non basta, bisogna farli cadere”. E l’autore non nascondeva la sua ammirazione per questo supremo eroismo».
Se poi il giudizio è sulle virtù militari... proprio uno dei punti deboli dell’identità italiana.
«Questo è un luogo comune. Si parla sempre di Caporetto, quando dalla Francia e dagli altri Paesi arrivarono aiuti e supporto per puntellare il fronte dell’Italia orientale. Nessuno però si ricorda mai di Ricciotti Garibaldi e della Legione italiana».
Vale a dire?
«Tra il 1914 e il 1915, prima dell’entrata in guerra del Regno d’Italia, nell’esercito francese si formò un reparto di uomini provenienti dalla Penisola, comandato dal figlio dell’eroe dei due Mondi. In pochi mesi di combattimenti eroici sul fronte franco-tedesco, nella zona delle Argonne, perse un terzo degli effettivi. Lo stesso accadde a Bligny nella Champagne: nel 1918 fu teatro dei combattimenti del contingente italiano, più di 40mila uomini inviati in quel periodo a sostenere le truppe francesi. Anche in questo caso soldati di assoluto valore che ebbero una quantità altissima di morti. E dunque la conclusione è una sola».
E cioè?
«Che i soldati italiani sono valorosi come gli altri, quando li si mette in condizione di combattere con buoni comandanti e buon equipaggiamento. Certo, se questo non accade, se devono vedersela con forze troppo grandi di loro, non sempre Davide può vincere contro Golia».
Una parte di rilievo del suo libro è dedicata al declino post-rinascimentale, altro tema caldo della discussione sui destini d’Italia. Lei parla di un declino solo relativo e pieno di sfumature. Intanto in Italia c’è chi si spinge a fare paragoni tra la situazione di allora e quella attuale, in cui il boom economico inizia a sembrare un momento irripetibile.
«Francamente mi sembrano situazioni così diverse... Certo ci possono essere dei problemi economici specifici, ma se lei guarda alle librerie francesi sono piene di volumi appena usciti in cui si parla del declino della Francia; lo stesso accade in Germania. Questo mi fa pensare che il tema sia più vasto, che riguardi l’Europa nel suo complesso. Ma sono comunque scettico su quella che mi sembra soprattutto una moda. Ricorderà che negli anni ’70 ad essere in declino erano gli Stati Uniti. Poi si è scoperto che non era vero niente. In più, guardando all’Italia degli ultimi decenni, vedo tali e tante prove di vitalità...».
A che cosa pensa in particolare?
«Mi riferisco al modo in cui siete usciti dalla seconda guerra mondiale; al boom degli anni ’50 e ’60; alla capacità di reagire alla crisi degli anni ’70 con un modello economico formidabile, quello basato sul sommerso. Ma anche alla capacità di lottare contro mafia e Brigate Rosse senza cedere a tentazioni autoritarie che avrebbero travolto più di un Paese. Voglio dire che, anche se potrà sembrare un luogo comune, vista da fuori l’Italia resta il Paese dei “miracoli”, della capacità di dare il meglio di sé proprio nei momenti di difficoltà».