La mimosa di Ada Negri

Mi piace il Corso XXII Marzo questa mattina di febbraio, con una nebbietta sottile che punge gli occhi, un freddo amichevole che accelera il sangue, autocarri e automobili che s’inseguono e scappano come per una gara di corse, gente fitta e indaffarata, banchi di merciai e d’erbivendoli a filo dei marciapiedi (è giorno di mercato) e tante tante mimose in mazzi da poco costo, gialle e splendenti che sembran fiamme. Di fiori, nelle ceste e nei lattoni dei venditori ambulanti, ce n’è per tutti i gusti, specie per quelli non troppo raffinati: dalie e zinnie dal robusto linguaggio plebeo, garofani a cumuli color d’avorio, di neve, di porpora, d’aurora: rose in bocciuolo con lunghi rami spinosi e frondosi, strette in fasci così compatti che non si capisce come facciano a respirare. Ma provate a comprarne uno, a portarvelo a casa, a liberarlo dalla pressione della cordicella, a porlo in un vaso colmo d’acqua: vedrete come diventa: cresciuto del triplo, espanso, prepotente, con i bocciuoli spalancati in breve fino a mostrare i pistilli.
Da poco hanno fatto capolino le prime mammole: di profumo neanche l’ombra; ma la tinta scura, fonda, imbevuta di malinconia, sta in pensoso accordo col verde delle foglie a cuore che coronano i mazzetti. E fa meglio spiccare il velluto giallone dei nasturzi, a screziature brune, e l’oro pallido delle margherite; ma il trionfo del giallo è proprio dovuto interamente alle mimose, o gangìe: un giallo acerbo, che lega i denti, non ha sfumatura, è leggero nell’aria e canta con la freschezza argentina della voce dei fanciulli.
Pennacchi arruffati, corimbi di chiare pallottoline che perdono pulviscoli come ali di farfalle se una mano li venga a scuotere un po’ bruscamente: non possiedono vera bellezza né vera grazia: li salva il loro fare tra lo sfrontato e l’ingenuo, il contrasto che sul grigior della nebbia produce il loro sfolgorìo di fiammelle, unito al senso di benessere intimo che sempre dà ciò che richiama l’idea del fuoco. E chi li offre - «Venti soldi, signori, venti soldi un mazzo di mimose!» - può ben essere un omaccio scabro e stanco, un ragazzo sporco e lacero, una donna segnata dal tempo e dalla miseria: avrà sempre l’aria di porgere un dono, di dare un pegno di felicità. Peccato che le automobili fuggano via così vertiginose: chi vi sta dentro non le scorge nemmeno, le mimose gialle che accendono l’aria, questa mattina, per tutto il Corso XXII Marzo. Ciascuno che lo percorra con le sue gambe, abbia fretta o no, sorride alle mimose; e più ad esse che alle mammole scure e agli altri fiori della strada: perché su noi ha sempre - sulle prime - maggior ragione ciò che ha maggior risalto, e ci si avventa contro con maggior allegrezza e cordialità.
Non sa resistere, e ne compra un mazzo la giovine signora che va col suo bambino per mano (proprio in questo momento il piccolo s’è incantato davanti ai Pinocchi e ai cavalli di legno d’una bottega di giocattoli; e al venditore di fiori non è parso vero d’incantar la mammina col lucente giocattolo vivo). Ne compra un mazzo, il più piccolo e a buon prezzo che trova, la fanticella con la sacca della spesa; e lo pone per ornamento, assicurandolo fra le maniglie, sulle patate, i cavolfiori, il burro e le arance che le gonfiano l’incerato del borsone. Forse è da poco venuta dal paesino fra i campi, dove aiutava padre e fratelli a coltivare la terra; e quel giallo scampanellante le fa rispuntare nella memoria ravizzone, frumento e pannocchie. Ne compra la vecchietta ch’è stata a messa, poi a far provviste; e le pare di ritornar giovine, d’aver meno freddo, di mettere con più lena un passo avanti all’altro. Così piccola cosa, così grande cosa, due o tre rame di gaggìe acquistate, quasi per niente, un mattino d’inverno.
Presso la chiesa del Suffragio, allo svolto di via Fiamma, il ritmo del mercato s’intensifica. Via Fiamma, in tutta la sua lunghezza fino a Piazza Risorgimento dove va a sboccare, è percorsa da due fitte file di carretti e bancarelle. Si passa, storditi pel brusìo e il vocìo, tra flabelli di banane, stendardi di cavoli tronfii, d’insalate riccioline e capricciose, di mele ridanciane, di mandarini chiassoni: tra sfilate di stracchini e formaggi, di paste dolci e di castagnacci: più in là, calze di seta e maglie di lana a prezzi da ridere, vestaglie e grembiali buttati per poche lire dietro all’acquirente, carta da lettere e almanacchi, libri vecchi, libri nuovi e piumini per la polvere, tendine da finestra e dispense d’avventure di viaggi: méstoli, matterelli e fotografie d’uomini illustri. Piccolo mondo libero, un po’ zingaresco, che dà la voglia di viverci dentro a fondo per saperne di più: certi tipi di rivenditori, che, presi uno per uno e confessati sulle faccende loro, hanno da essere più interessanti di tanta gente d’importanza.
Anche qui, come in Corso XXII Marzo, fiori: per chi ne vuole e per chi non ne vuole, fiori: per sfida all’urbanesimo, sberleffo all’asfalto, ostentazione della campagna nella città: poiché ben diverso è il carattere dei fiori della strada da quello dei fiori di vetrina. E, soprattutto, mimose: che chiamano il sole ad alta voce, e per attirarlo gli hanno rubato qualcuno de’ suoi raggi.
La nebbia, infatti, si va diradando pian piano. L’atmosfera più limpida lascia vedere un cielo strano, bambagioso e pesante al tempo stesso, posato come un velario color di perla sulle cimase dei casamenti. Solo nella lontananza delle vie permane una foschìa brumosa che ne annulla i contorni e le fa svanire in un senso nordico d’indefinito, di senza termine. Questa nuova Milano della periferia, che cresce e s’allarga con ininterrotta forza, d’espansione, sommergendo le campagne intorno, trasformandole in una rete di vie e viali alberati, tutti di vasto respiro, rettilinei a perdita d’occhio, assai meglio della Milano antica va d’accordo col suo ciclo calmo, avvolgente, ricco di benefici vapori, e riesce a darci l’impressione della continuità nello spazio e nel tempo. Ciò che potrebbe dirsi monotonia è una bellezza che non è mai stanca di svilupparsi, d’andare innanzi; e non è mai straniata dalla quotidiana vita dell’uomo. Per le diritte interminabili strade così simili le une alle altre io camminerei ore ed ore senz’affaticarmi né sentir contrasto fra il loro spirito e il mio.
Così, oggi mi lascio volentieri indietro le popolose arterie tutte vivezza pittoresca e spontaneità di traffico popolare, per raggiungere i quartieri più lontani di questa zona, sòrti dove una volta erano le praterie dell’Acquabella, e che si prolungano fino alla Città degli Studi. Vie con poche botteghe, e poco affollate: alcune quasi deserte: nessuna senza la macchia multicolore di qualche cestone di fiori da vendere, al crocicchio. Da una fioraia più carina dell’altre compro il mazzo di mimose che, non so perché, non ho comprato in via Fiamma né in Corso XXII Marzo. Tiene la canestra per terra, appoggiata al muro: un bambino in collo, rinfagottato in uno scialle. Il piccolo dorme contro la spalla materna e non gli vedo il viso; ma quello della donna è schietto, di candidezza quasi fanciullesca, senza livore per la povertà.
M’ha guardata con sorpresa perché gliele ho pagate più del richiesto, le sue mimose; ma non s’è accorta che con esse mi offriva un bene che non ha prezzo: la sua gioventù. Misera e tormentata; ma pur sempre gioventù, «Primavera!» m’ha detto con un bel sorriso, consegnandomi il fascio giallo e scarmigliato come i suoi capelli.
Primavera? Siamo ai primi di febbraio e ancora ne ha da cadere di neve: ancor da pungere di freddo. Pure, adesso che ci penso, e mi guardo meglio in giro, l’annuncio della primavera non è solo sulla bocca della fioraia lasciata all’angolo della strada. È forse nelle nubi: è forse nel vento: o nell’erba dei giardinetti che hanno il cancello sul marciapiede: o fra le connessure delle pietre; ma, insomma, è. Gioca con me a nascondarelle: dove s’appiatti non potrei dire, né donde sbuchi per rintanarsi; e affretto il passo per inseguirlo, lo spiritello beffardo che dice e non dice, promette e poi fugge.
Entrando nel viale dove ho la mia casa, vedo che, sullo sterrato tra le due file di platani, dietro gli assiti verdi del mercato rionale coperto che ora dovrà scomparire, quattro o cinque giovanotti hanno messo insieme una catasta di cassette d’arance e di limoni, rese inservibili; e vi han dato fuoco.
La legna secca arde sùbito, scoppietta, leva e torce in alto un serpentino lingueggiare di fiamme.
Il fuoco all’aperto e in pieno giorno ha qualcosa di primitivo, di selvaggio, che piace: fa pensare ai bivacchi, agli attendamenti. Osservo il vibrare dell’aria intorno alle fiamme, che dalla violenza del rosso, passando per l’oro, sfumano, verso la punta, in trasparenze sulfuree: su di esse il ciclo è più lontano e più bianco. I giovanotti si riscaldano le mani alla vampa: devono essere mani rozze, screpolate, nocchierute, di gente da fatica. Parlottano, ridacchiano fra loro: i riflessi del falò gettano luci ed ombre sulle maschie fisionomie spiranti durezza, fortezza, sicurezza di sé. S’aggiungono gruppi di ragazzi pronti a giocar col fuoco come con la neve, la terra, i sassi, la vita. Mi conoscono. Resto con loro in compagnia, finché le fiamme s’estinguono, e al suolo non rimane che un mucchio di brace e di cenere.
Tengo stretto fra un braccio e il bavero della pelliccia, il mazzo di mimose. Hanno il medesimo colore sulfureo delle lingue ardenti d’un attimo fa: propiziatrici!, com’esse, della primavera nascosta.
Ada Negri