Mimun: "Il Tg5, un sogno nato su una Lettera 32"

Il direttore racconta gli esordi delle news di Canale 5, esattamente vent’anni fa: il 13 gennaio 1992

Vent’anni prima. Sono le otto della sera e tutto quello che può andare storto sembra davvero che ci stia andando. Non c’è un servizio pronto, neppure uno. Quando parte la sigla tutti sentono un vuoto assoluto al centro dello stomaco. Mentana si toglie e mette gli occhiali, li poggia sul tavolo, poi li riprende, sembrano quasi rimbalzare dentro e fuori dal video. Sposini in regia si sente un naufrago. Si comincia. Quello di Mentana è uno slalom gigante tra le notizie, cronaca, esteri, politica, poi ancora esteri, esteri, cronaca, tangenti, politica. Stasera si recita a soggetto. La fine arriva quasi senza respiro. Tutti esclamano: è andata. È la prima del Tg5: 13 gennaio 1992. Il giorno dopo si scopre che «il cinque» ha battuto il Tg1. È il record di ascolti. Buona la prima.
Clemente Mimun era lì, anche lui a chiedersi che fine avrebbero fatto. Era il vicedirettore. Aveva trentanove anni e come Mentana e Sposini si era lasciato la Rai alle spalle. Ci tornerà due anni dopo come direttore del Tg2. Il resto della storia è già tutto scritto. La responsabilità del Tg1 e ora, vent’anni dopo, è qui a festeggiare da direttore il compleanno del Tg5.

Ricorda quel giorno?
«Come faccio a dimenticarlo. La prima volta non si scorda mai, in tutti i campi della vita. Quello era un telegiornale nuovo di zecca e non sapevamo dove ci avrebbe portato. Magari può sembrare retorico o fanta-avventuroso, ma ci sentivamo un po’ come dei pirati o come quelli di Greenpeace che intercettano le baleniere per dargli fastidio. Il Tg1 ci sembrava una nave imperiale».

Non vi aspettavate di vincere la prima sfida?

«Non subito. Battere il Tg1 non era nei nostri piani, ma nei nostri sogni sì».

C’è un immagine che si porta dietro, come simbolo, di quel giorno?
«Non del 13 gennaio. La nascita del Tg5 per me ha un’altra fotografia. Risale a un paio di mesi prima. Sono a casa di Mentana, c’è anche Sposini, e cominciamo a scarabocchiare le linee del nuovo telegiornale. Enrico scrive su un’Olivetti lettera 32, con quel rumore di tasti anni ’70, su un foglio giallo a quadretti, con il figlio primogenito Stefano ancora piccolo che gira per la stanza. È lì che il Tg5 prende forma, in quella scena familiare, con tre amici che stanno cambiando il destino della propria vita. A posteriori tutto appare scontato. Prima no, prima vedi solo ombre e speranze».

Avevate paura?

«Era una grande occasione e volevamo giocarcela fino in fondo. Enrico da un po’ di tempo si trovava a disagio in Rai. Aveva voglia di cambiare. Lamberto per carattere è un avventuriero. Era elettrizzato dalla nuova scommessa. Devo confessare che ero io quello più preoccupato.

Perché?

«Non era facile lasciare la Rai. Era un salto anche culturale. La Rai era lo Stato. Il posto sicuro. Per tutti gli italiani fin dalla fine degli anni ’50 la sicurezza era rappresentata dal posto statale. Lo Stato non fallisce. Era una garanzia granitica, il futuro assicurato che tutti i genitori sognavano per i loro figli. Lasciare un posto pubblico per uno privato era ancora vissuto come un azzardo. Dopo anni di gavetta ti viene il dubbio: e se finisce male?».

Rimpianti?

«Nessuno. Lo rifarei altre mille volte».

Perché il Tg5 ha funzionato?

«Il nostro punto di forza è stata la cronaca. Raccontare quello che stava accadendo senza farci problemi e senza intrusioni. Berlusconi come editore ti lascia libero. Erano gli anni di Tangentopoli. La cronaca giudiziaria diventa il fatto politico. La Rai con la crisi dei partiti è spaesata, perde i punti di riferimento, è costretta a inseguire le notizie e per restare competitiva deve cambiare la sua visione delle cose. Noi invece non avevamo un passato».

Qualcosa cambia anche nello stile, nel linguaggio.

«Il Tg5 è diretto. Detto in modo brutale la nostra idea era ed è: parla come mangi. I tg Rai erano ancora un po’ ingessati, istituzionali. Da noi erano assolutamente bandite frasi come “nella splendida cornice“ o “nel rilevare come ha proseguito“. Grazie al nostro Tg5 tutta l’informazione televisiva è migliorata».

E le immagini?

«Stesso discorso. L’obiettivo è dare il senso di quello che accade, la testimonianza e non importa se non sono perfette. Non avevamo paura che ci fosse anche un po’ di sporco. Per la verità questa era anche una necessità. Non avevamo gli archivi e neppure i mezzi della Rai, quindi ogni tanto dovevamo arrangiarci. Anche questa, però, è stata una rivoluzione. Oggi il fatto vale più della bella immagine».

Sono passati vent’anni. Quanto è cambiato il Tg5?

«Mi sta dicendo che è invecchiato?»

Di certo è invecchiato il mondo.

«Su questo non c’è dubbio. Lo spirito del telegiornale non è cambiato. Ma so che oggi i tg devono fare i conti con altre fonti di informazione. Il Tg5 è nato quando ancora non c’era internet e bisognava essere i primi a dare la notizia. Questo non basta più. Alle otto di sera il telespettatore conosce già quello che è successo. Il tg deve fargli capire perché».