Mina canta Sinatra La coppia si riunisce trent’anni dopo

Nel cd l’«Allieva» la più grande interprete italiana affronta il repertorio di The Voice, da «My Way» a «Only the lonely». Negli anni ’60 naufragò la tournée americana dei due artisti

Cesare G. Romana

Mina e solo Mina, in Italia, può essere così certa di sé da consentirsi un album tanto sordo alle lusinghe del consenso facile, insomma alle beceraggini del marketing. Ovvero, tanto restio alla platealità, tanto incline viceversa ad una concezione del canto come momento assoluto d’interiorità. Ascoltatela per esempio in The nearness of you, il classico di Carmichael che offre a questo L’allieva, nuovo album della nostra somma cantante, uno dei suoi momenti più raccolti e peraltro esaltanti: per l’attonito incantamento con cui l’interprete ricrea il brano in un trionfo di mezzevoci, filati, messe di voce. Quasi facendone la sintesi dell’intero disco: per quel canto ascetico, sublimato, troppo attento alle «voci di dentro» per concedersi all’enfasi e alla facile teatralità, che mai come in quest’occasione Mina aveva saputo imporsi, a costo di rinunciare alle impennate brucianti e allo squillo corrusco dei suoi leggendari acuti.
L’album è interamente dedicato a Frank Sinatra - è lui il maestro di cui Mina si proclama allieva - e al repertorio che The Voice registrò tra il 1945 di These foolish things e il 1968 di My way, la pagina di Claude François che Paul Anka tradusse in inglese e che oltre a Sinatra ebbe per interpreti d’eccezione Elvis Presley, Shirley Bassey, Nina Simone fino alla versione iconoclasta di Sid Vicious. E che Mina riprende senza debiti apparenti con nessuno di costoro, con una misura e pudicizia d’accenti che davvero commuovono.
L’allieva ha l’aria, tra l’altro, di sanare un contenzioso irrisolto tra Frankie e l’allora giovanissima artista italiana: forse per saldare un conto in sospeso con la cultura musicale dei suoi avi - la sua intenzione di registrare Senza fine, di Paoli, era stata vanificata da un veto di Ava Gardner - il cantante italo-americano aveva deciso di nominare Mina sua unica erede artistica, convocandola negli Usa per una serie di concerti a due voci che suonassero come un’investitura. Ma le turbolenze dell’american way of life non avevano attratto la schiva artista nostrana, che dopo un paio di esibizioni aveva imboccato la via del rimpatrio rinunciando, per amor di tranquillità, ad un’occasione irripetibile.
Oggi Mina salda quel debito, e lo fa nel modo spiazzante che le si addice: con questo disco totalmente estraneo ad ogni «tendenza» in atto, lietamente insofferente delle logiche di mercato, tutto giocato su luci discrete e ombre insinuanti, allusioni e chiaroscuri, emozioni remote e profonde, tinteggiature vaghe affidate dai magnifici arrangiamenti di Massimiliano Pani ad un quartetto di jazzisti: Danilo Rea lirico come non mai al pianoforte, un assorto, magico Andrea Braido alla chitarra, Massimo Moriconi e Alfredo Golino rigorosi e ipnotici sul fronte ritmico. Con l’intervento, in Only the lonely, April in Paris e Laura, di Gianni Ferrio con la sua orchestra generosa di effusività impressionistiche: e bisogna sentire come la voce di Mina «entra» nell’orchestra, si fa avvolgere dalla seta degli archi e dal panno ruvido dei fiati, strumento perfetto tra gli strumenti.
Ora, si potrà anche dire che L’allieva è un album monocorde, senza colpi di scena, poco appetibile in una civiltà musicale tutta disegnata col pantografo. Errore: bisogna lasciarsi pervadere dal gioco sottile di sfumature, e dall’intensa interiorità che differenzia sottopelle i quattordici brani, per coglierne la varietà. Per captare la dimensione davvero lunare di un’emozionante Blue moon, il piglio ludico di Stranger in the night, il languore rattenuto e sensuale di All the way, la levità carioca di Dindi e di Once I loved, di Jobim. Per chiederci, alla fine, chi, tra Mina e Sinatra, sia davvero il maestro, e chi l’allievo.