Minacce di Mosca alla Polonia dopo il sì allo scudo americano

La crisi georgiana toglie i dubbi a Varsavia e ora perfino
l’Ucraina si dice disponibile. La Russia: siete contro di noi<br />

«Abbiamo varcato il Rubicone ». Con queste parole, pronunciate alle idi di agosto, il premier polacco Donald Tusk ha commentato la storica firma da lui apposta all’accordo che impegna il suo Paese ad accettare sul proprio territorio la dislocazione entro il 2010 di una batteria di dieci missili «Interceptor » nell’ambito del progetto americano per la creazione dello scudo globale anti-missile che tanto irrita la Russia. La Polonia non è sola in questa scelta, accelerata dai drammatici sviluppi della crisi in Georgia, che evidenzia il timore che gli ex Stati vassalli dell’Urss hanno ancora di Mosca, i cui metodi ben ricordano. Già la Repubblica Ceca ha accettato di ospitare un radar che fa parte dello stesso sistema americano; e ieri anche l’Ucraina, la cui partecipazione ad esso non è prevista, si è detta disposta a contribuirvi. Un annuncio che fa sensazione, anche se per ora non è stato seguito da nulla di concreto. Ma è noto che Kiev è ai ferri corti con Mosca e che già la ostacola minacciando di rimettere in discussione gli accordi sull’utilizzo da parte della Marina militare russa della base crimeana di Sebastopoli, che è in territorio ucraino. In cambio del sì di Varsavia, Washington ha accettato la richiesta polacca di un pacchetto difensivo che comprenderà «almeno una batteria» (ognuna delle quali è composta da 96 pezzi) dei famosi missili a medio raggio Patriot, oltre all’impegno americano a fornire una maggiore collaborazione strategica fra i due Paesi, anche in vista di un ammodernamento delle infrastrutture dell’esercito di Varsavia. Affascinato dalle metafore fluviali, Tusk ha spiegato ai giornalisti che «gli americani hanno capito che in un certo senso va varcata la linea dell’Oder » (il fiume che segna il confine tra Germania e Polonia, nda): in questo modo, ha aggiunto, «la Polonia non si troverà più in uno spazio non difeso in modo diretto». In altre parole, la crisi georgiana ha fatto rapidamente capire alla Polonia che era tempo di correre ai ripari: sono stati quindi rotti gli indugi e si è passati ai fatti. Il concetto è apparso chiarissimo anche a Mosca, da dove sono presto giunte reazioni molto dure. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha annunciato la cancellazione della visita a Varsavia prevista per il 10 settembre. La fretta dimostrata dai polacchi di firmare un accordo che era stato in bilico per un anno, ha aggiunto, dimostra che questo sistema «è diretto contro la Russia» e non contro l’Iran come sostiene la Casa Bianca. E se il presidente russo Dmitry Medvedev ha scelto parole misurate, parlando di «notizia che ci rattrista e che dovrebbe rattristare chiunque viva in un continente così densamente popolato: ma comunque non c’è ancora niente di drammatico», ben più pesanti sono stati i toni scelti dal generale Anatoly Nogovitsyn, vice capo di stato maggiore russo. In perfetto gergo da guerra fredda Nogovitsyn ha detto che «questo accordo non resterà impunito. Gli Stati Uniti stanno mettendo in piedi lo scudo per motivi loro e la Polonia, accettando sul suo territorio una parte di questo sistema, si espone a una risposta militare: questo è sicuro al cento per cento». Non è tutto. «La risposta - ha aggiunto il generale russo - potrebbe in teoria essere anche nucleare. Infatti le nostre norme per la sicurezza nazionale prevedono che l’arma atomica possa essere usata contro Paesi che dispongono di arsenali nucleari o contro loro alleati». Queste minacce (così come quelle contro la Georgia) hanno ricevuto una prima reazione occidentale da parte britannica, sempre determinatissima contro Mosca dopo lo scandaloso omicidio di Alexander Litvinenko, con il ministro degli Esteri David Miliband che le ha definite «inaccettabili».