MINACCIA DI CARTAPESTA

Chi pretende di far la storia? E chi si arroga il diritto di scriverla? Sono due domande che negli ultimi quindici anni in Italia conducono a una sola risposta: i giudici. Dovranno decantare ancora le passioni e il tempo per leggere serenamente e con obiettività quanto è successo con la rivoluzione giudiziaria partita negli anni Novanta, ma ciò che oggi è evidente è che la magistratura inquirente del nostro Paese ha stravolto le regole del gioco democratico, prima cancellando Dc e Psi, poi risparmiando le sinistre e infine cercando con ogni mezzo il colpo finale contro Silvio Berlusconi e la Lega. La storia degli anni Novanta non è altro che la cronaca di un assalto giudiziario a una dimensione, un’offensiva che non si è mai chiusa e che continua oggi in forme nuove contro i parvenu del capitalismo.
La giustizia italiana è un fiume carsico che poi erompe ciclicamente, come un geiser. Da quel fiume sotterraneo emerge una storia che oggi appare anacronistica e incredibile: il mito del secessionismo leghista. Una storia lunga dieci anni che rischia di incendiare la prossima campagna elettorale. La teoria del complotto è spesso ridicola, ma l’orologio della giustizia nostrana ha una puntualità svizzera: il prossimo 7 febbraio del 2006 Umberto Bossi e altri 44 militanti della Lega saranno chiamati in tribunale a Verona per rispondere del reato di secessione. Il giudice Papalia vuole processare il Senatùr e i suoi fedeli sulla base di intercettazioni a dir poco pittoresche e prove schiaccianti quali «l’alzabandiera» del Parlamento Padano, le ronde delle camicie verdi e il servizio d’ordine ai comizi «armato» di paletta e lampeggiante. Perbacco, indizi gravi, precisi e concordanti, direbbe un fine giurista. Ma tant’è che il tribunale dovrà decidere - dopo una breve pausa di riflessione durata sette anni e mezzo - se consegnare questa storia all’archivio politico del nostro Paese o continuare le udienze e riaprire le porte al caos istituzionale. Il Carroccio degli anni Novanta era ben diverso da quello che oggi siede in Parlamento. La fase «rivoluzionaria» (e stiamo esagerando) della Lega si è chiusa da un pezzo e, forse, non si è mai aperta davvero. Nel 1996 la Lega era un partito solitario (fuori dal Polo e tradita dalla sinistra che l’aveva dalemianamente definita una «sua costola») alzava la voce e si prodigava in azioni folcloristiche non militari. Ma l’iniziativa della magistratura può avere effetti dirompenti e far ritornare indietro le lancette dell’orologio. Questa Repubblica ne ha viste tante, ma un intero partito alla sbarra, con deputati, senatori, europarlamentari e ministri, sarebbe un evento tragicomico.
Quando il Pci era un partito insurrezionale - e aveva un suo esercito clandestino - nessun magistrato della Repubblica si è mai sognato di metterlo fuorilegge o di risolvere il problema a colpi di carte bollate. E parliamo di un periodo storico in cui c’era poco da scherzare, perché fino alla rottura di Stalin e Tito (1948) il corridoio jugoslavo era disponibile per l’invasore sovietico.
La Lega rappresenta un corpo sociale importante del Paese, è un movimento che ha bisogno di tradurre in azioni di governo la sua politica. Possono a volte non piacere i toni, ma presenta delle istanze in cui si riconosce un elettorato che è sempre stato tutt’altro che irresponsabile. Irresponsabile è invece il solo pensare di mettere fuorigioco, se non addirittura fuorilegge, una forza di governo sulla base di parole rubate ormai dieci anni fa.
L’esempio più clamoroso del secessionismo filoleghista? L’assalto con il carro armato di cartapesta dei Serenissimi al campanile di San Marco a Venezia: una pagina di storia davvero terribile in un Paese in cui ancora oggi non sappiamo chi ha lanciato bombe e chi ha commesso stragi.
Siamo seri, la storia politica di Umberto Bossi è lineare, è stato per lungo tempo un uomo solo al comando, ha raccolto il disagio del Nord, costruito un partito e l’ha portato in Parlamento non con i fucili, ma con il voto degli elettori.