Minaccia la madre, il padre lo uccide a fucilate

da Mediglia (Milano)

Ha imbracciato uno dei suoi quattro fucili da caccia e gli ha sparato un colpo in pieno viso. Così Roberto Truffi ha ammazzato nel garage di casa il figlio Massimiliano ieri poco prima della 16.
Il motivo del delitto è di una banalità raccapricciante, se non lo si inquadra in una lunga storia di tensioni familiari. Il 25enne aveva appena minacciato la madre dopo l’ennesimo no alla richiesta di avere una stanza della casa tutta per sé. Il padre, impiegato di banca, non ci ha visto più dopo anni di sopportazioni. Ha imbracciato la carabina e ha fatto fuoco davanti alla moglie Rosanna, 46enne originaria della provincia di Frosinone mentre il marito è nato a Mediglia, piccolo centro del Milanese.
C’è chi parla di tragedia annunciata. La coppia aveva già segnalato il figlio ai carabinieri nel 2001 per abuso di stupefacenti. Perché Massimiliano, che lavorava come tornitore a Mulazzano, diventava violento quando assumeva droga, cambiava carattere. E i genitori negli ultimi mesi avevano superato la paura e deciso di smetterla di subire insulti e minacce. I vicini di casa dicono di aver sentito l'uomo dire, appena dopo la sparatoria: «Mi sono liberato». L’uomo ha altri due figli, una ragazza di 22 anni e il più piccolo, di sei, che al momento del delitto si trovava in giardino. È da lui che è corsa la mamma, ex impiegata alla Postalmarket, dopo aver assistito alla scena. Immediatamente dopo ha chiamato il 118, ma per il giovane non c’era più nulla da fare. I carabinieri del comando di San Donato Milanese, guidati dal capitano Marco Poddighe, hanno portato via Truffi e poi perquisito la casa trovando cinque dosi di cocaina nella stanza della vittima, mentre in giardino c’erano dieci piante di marijuana.
Un figlio inquieto, così lo descrivono i compaesani che hanno voglia di parlare, riuniti davanti alla casa dove si è svolto un fatto che così grave da queste parti non si era mai visto. E, nonostante l’uccisione del figlio, nessuno parla male del padre. G.L., compaesana cresciuta con Roberto, dice: «È una bravissima persona. Per lui c’era solo la sua famiglia. Il figlio lo ha esasperato per anni». Silvana Gamba, cugina del padre, dice che l'uomo quando non lavorava amava dedicarsi al suo orto, «che coltivava con precisione e passione». Nessun commento, invece, ieri dal gruppo amici della vittima che si è chiuso, compatto, nel più assoluto silenzio. Dopo aver sequestrato i fucili, i carabinieri hanno portato l'uomo in carcere a Lodi per l'interrogatorio di rito con il sostituto procuratore Alessandra Simion. La salma del giovane, invece, è stata portata all’obitorio di Vizzolo Predabissi.