La minaccia nordcoreana «Faremo altri test chi ci ferma è perduto»

Pronti altri missili, Pyongyang promette «azioni fisiche». Cina e Russia: no a sanzioni Onu. Bush: «Sperare il meglio e prepararsi al peggio»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Crisi dei missili. La Corea del Nord promette: ne spareremo altri. «E siamo pronti a intraprendere azioni fisiche più dure se qualcuno cercherà di metterci sotto pressione». Questo qualcuno dovrebbe essere, formalmente, la cosiddetta «comunità internazionale», il suo strumento il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Che ha esaminato e continua a prendere in considerazione documenti di varia intensità, severità e capacità di «morso», ma difficilmente troverà un accordo su una reazione comune che abbia conseguenze immediate di fatto. Il testo più severo è quello stilato dal Giappone, con l’adesione degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Esso è anche l’unico a prevedere vere e proprie sanzioni. Ma l’atteggiamento, previsto e ora annunciato, di due tra le potenze dotate di diritto di veto all’Onu lascia prevedere che in questa forma un accordo non ci sarà. Si tratta della Russia e della Cina. La linea di Mosca si riassume nel commento di Putin che definisce «deludente» il fatto che i test missilistici siano stati compiuti, ma che subito dopo torna a sottolineare la necessità di una «ripresa dei colloqui diplomatici». Il presidente russo si è rivolto sia al pubblico di casa in una delle sue esternazioni via internet, sia a quello estero in una «intervista» dello stesso tipo con la televisione di Stato britannica Bbc. Putin ha ammesso di essere preoccupato, ma osserva che la preoccupazione «non dovrebbe affogare il buonsenso: è praticamente impossibile per i nordcoreani fabbricare un missile capace di colpire obiettivi a più di 6mila chilometri dalle basi di lancio. Il loro livello tecnologico non glielo consente».
Gli esperti occidentali avevano lanciato l’allarme proprio sulla capacità del nuovo modello Taepodong 2 di colpire a questa distanza, ciò che avrebbe incluso fra gli obiettivi concepibili l’Alaska occidentale, cioè un pezzo di territorio americano. Adesso gli esperti di Washington concordano che il lancio del Taepodong 2 non è riuscito. Anzi precisano che si è trattato «di un fallimento non di un aborto». Di questo non fa cenno il comunicato di Pyongyang, che anzi parla di «successo totale», anche se tutti i missili sperimentati, quale che fosse la loro gittata prevista o sperata, sono ricaduti nel Mar del Giappone. Per i giapponesi ciò basta e avanza, il governo di Tokyo continua a parlare di grave pericolo e di violazione di accordi internazionali. Il premier Koizumi si tiene in stretto contatto con Bush, il quale ha sintetizzato ieri la strategia americana con la frase «sperare il meglio e prepararsi al peggio».
Ma non è probabile, si è visto, che la linea di Tokyo «passi», nella situazione attuale, né in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, né nella «comunità asiatica», come viene comunemente definito il gruppo di nazioni che conducono le trattative sul caso della Corea del Nord. Ne fanno parte i Paesi «confinanti». Quelli con frontiere terrestri, cioè la Corea del Sud, la Russia e la Cina, il Giappone vicino insulare e naturalmente gli Stati Uniti. In particolare la Corea del Sud è contraria a ogni inasprimento della tensione con i «fratelli separati» ed è pronta soltanto a qualche misura economica, cioè a una restrizione largamente simbolica degli aiuti, piuttosto cospicui, che da qualche anno Seul manda a Pyongyang. La Russia, e in particolare la Cina, giocano un ruolo più sottile ed ambiguo. Parlano in quanto «parte della comunità internazionale, e dunque deplorano le iniziative unilaterali di Pyongyang. Ma d’altra parte continuano a definire la Corea del Nord come Paese amico» su cui esercitare una sorta di protettorato. Per questo motivo Pechino da anni agisce come «mediatore», attento a evitare una rottura dei negoziati e pronta anche, entro una certa misura, a sostenere il regime di Pyongyang nel suo sforzo di agganciare gli Stati Uniti in una trattativa bilaterale che porti alla stipulazione di un «patto di non aggressione».