Minacciato chi difende la riforma

Quasi cinquecento tra ordinari, associati e ricercatori (senza contare moltissimi docenti «a contratto») hanno firmato l’appello «Difendiamo l’Università dalla demagogia», sostenuto dalla Fondazione Magna Carta e lanciato dalle pagine de l’Occidentale in difesa della legge Gelmini.
Non c’è nulla di roboante o solenne nelle righe dell’appello, solo la richiesta di fermarsi un momento a pensare, di respingere il riflesso di dire «no» a prescindere, e l’invito a chinarsi anche solo per curiosità intellettuale sui contenuti della riforma, per non ridurla a mero pretesto.
Assieme ai moltissimi che lo hanno firmato ne abbiamo sentito la necessità fin dai giorni in cui manipoli di studenti bivaccavano sui tetti e in cima ai monumenti, graziosamente ricevendo politici e intellettuali desiderosi di prostrarsi al senso comune della protesta: viva la cultura, viva i giovani, viva il futuro.
Pareva già in quei giorni e poi sempre di più fino alle violenze di piazza, che il testo della riforma Gelmini fosse depositario di un potere inusitato e funesto: «cancellare una generazione», «rubare il futuro ai nostri ragazzi», «uccidere la cultura e la ricerca». Sapevamo che non era così: neppure una legge che si fosse follemente prefissata simili obiettivi avrebbe avuto la garanzia dell’efficacia. Figuriamoci la riforma dell’Università, frutto di compromessi, trattative, accordi, emendamenti, che ne hanno semmai attutito le molte buone intenzioni.
Questa legge non salva e non danna, è – come dicono gli americani – un «pezzo di legislazione» importante e che va nella giusta direzione. L’appello dimostra che al di là del vociare dei tetti e delle piazze, sono in tanti nel mondo universitario a pensarla così. Solo che la riforma Gelmini ha smesso molto presto di essere il tema della discussione e dello scontro. Al suo posto si è aperta una voragine demagogica che doveva inghiottire Silvio Berlusconi e tutto il suo governo: indegni per definizione e per vizio antropologico di avere a che fare con la cultura e con l’Università.
Per questo le voci dissonanti hanno fatto fatica farsi sentire, sia sul versante degli studenti che su quello dei professori. Chiunque si azzardasse a dire qualcosa di non immediatamente avverso alla legge Gelmini passava per un complice oggettivo dei barbari distruttori di futuro, un venduto all’interesse berlusconiano, un traditore.
La controprova l’abbiamo avuta qui all’Occidentale quando abbiamo pubblicato il testo dell’appello con le prime firme. Immediatamente si è scatenata una controffensiva fatta di dileggio per i firmatari, di accuse di falsificazione per i promotori, di minacce per i divulgatori. In poche ore si è scatenata la caccia alla firma falsa o estorta con la frode. Un vorticoso giro di e-mail è partito dalle centrali della protesta per aizzare l’opinione pubblica contro i firmatari. Che per fortuna non si sono scoraggiati e anzi ancora in queste ore nuove adesioni si aggiungono a quelle già raccolte.
Non si tratta di fan di Berlusconi, e forse neppure della Gelmini, ma solo di persone che hanno dedicato la loro vita all’insegnamento e non vogliono fare festa attorno alla bara dell’Università italiana solo perché il conformismo imperante ha bisogno di un cadavere e di un assassino.
*Direttore de l’Occidentale
(www.loccidentale.it)