Come il minareto oscurerà le Torri

A Bologna si parla da tempo di una nuova moschea, ma la precedente giunta comunale ha sempre avanzato perplessità sulle attività del centro islamico di via Pallavicini, affiliato all’Ucoii, che ha gestito la trattativa per costruire l’edificio di culto in zona Caab. La passata amministrazione di centrodestra si era limitata a concessioni saltuarie ai rappresentanti degli islamici.
I sospetti sulle attività del centro sono divenuti concreti nell’estate del 2005, quando ha ospitato il predicatore Wagdi Ghoneim - importante leader dei Fratelli Musulmani, incarcerato in Egitto, espulso dagli Stati Uniti e dal Canada per apologia di terrorismo - che riuscì a ottenere un visto d'ingresso in Italia su invito dell'Ucoii.
Nel frattempo più di un fascicolo era stato aperto dalla magistratura, allontanando un'intesa con il Comune, che fino a ieri si era limitato a concedere in prestito un terreno. Tanto per citare un episodio, nel settembre 2005 l’ex direttore, Nabil Bayoumi, spiegò pubblicamente che Osama bin Laden «dice cose condivisibili». Per i dirigenti del centro islamico è stata dunque una necessità assumere un atteggiamento meno provocatorio e ottenere il via libera per il nuovo terreno. Il cambiamento formale è cominciato con le dimissioni di Bayoumi, che ebbe l'ingenuità di ripetere in televisione le parole pronunciate nel centro di preghiera. Un comunicato del consiglio direttivo spiegò che «in merito alla crisi d'immagine scaturita dall'uso strumentale di alcune dichiarazioni di Nabil Bayoumi, per proteggere l'associazione e permettere al fratello di potersi meglio tutelare, ha suggerito che egli accetti di sospendersi da quelle che sono le sue cariche o mansioni rappresentative all'interno del centro». Sulla base di queste considerazioni, gli equilibri formali di via Pallavicini sono stati modificati, proponendo volti nuovi per il direttivo. Ma l'obiettivo sostanziale è rimasto negli anni lo stesso: costruire una moschea in città, possibilmente senza creare allarmismi. Per raggiungere questo risultato c'era bisogno di alcuni italiani convertiti, più rassicuranti rispetto agli immigrati musulmani. E così è stato fatto. La soluzione concordata ieri con il Comune testimonia che il metodo ha funzionato: dei sei rappresentanti incaricati di vigilare sulla nuova struttura, tre saranno dirigenti della moschea. Dunque non è un caso se la variante urbanistica per le strutture religiose, cioè la bozza che ieri ha permesso alla giunta di approvare la permuta del terreno, sia spuntata nel piano regolatore generale della città soltanto il 12 gennaio 2006, dopo che Cofferati ha incontrato i nuovi e più rassicuranti rappresentanti.
Nonostante la diplomazia che le parti hanno usato nel commentare l'accordo, resta però una contraddizione di fondo. Il comune sostiene che l'associazione ha il diritto di svolgere liberamente attività diverse da quelle di religione o culto, che restano «soggette alle leggi dello stato». Ma se si apre l'home page del centro islamico, si scopre che «presso la moschea, nel rispetto della Legge Coranica, viene prestata assistenza agli atti di matrimonio, ed eventuali separazioni o divorzi, al lavaggio dei morti prima della loro sepoltura nello spazio riservato ai musulmani nel cimitero di Bologna o al loro ritorno in patria. Di tutto questo vengono redatti i relativi certificati, riconosciuti dalle Ambasciate dei Paesi musulmani in Italia». E come ha detto al Giornale il vicepresidente del centro, Daniele Parracino, «anche la nuova moschea conserverà la linea e tutte le attività che abbiamo sempre portato avanti». Lezioni coraniche comprese.