Minghella, il «Travoltino» della Valpolcevera

Semianalfabeta, frequentatore di discoteche, apparentemente affabile, riusciva a guadagnarsi la simpatia delle sue vittime e poi le massacrava

Paolo Bertuccio

I genovesi escono dall'incubo verso la fine dell'anno, giovedì 7 dicembre 1978. Possono finalmente tirare un sospiro di sollievo, scacciare il terrore che ha attanagliato un po' tutti, soprattutto le giovani donne e i loro genitori, per otto mesi. Nessuno se la sente, ormai, di lasciar uscire la propria figlia da sola, con il rischio concreto che si imbatta in colui che, con scarsa fantasia ma crudo realismo, la stampa definisce «il mostro di Genova». Quattro le sue giovani vittime. Quattro ragazze con storie diverse alle spalle, ma con un tragico finale comune: il ritrovamento dei loro corpi, senza vita, con una corda intorno al collo, seviziati, in diverse località delle alture genovesi. Quanto basta per dar vita ad una psicosi.
Tutto questo finisce una fredda mattina, quando i giornali danno finalmente un volto all'assassino. In prima pagina si può vedere la fotografia di un ragazzo in camicia a quadri e salopette. Lo sguardo assente e il naso schiacciato fanno pensare ad un pugile suonato, più che ad un feroce killer, e anche le enormi mani ammanettate confermano quest'impressione. In effetti un fondo di verità c'è, perché questo ragazzo di vent'anni, che si chiama Maurizio Minghella, la «noble art» l'ha praticata per qualche tempo, ma è stato espulso dalla palestra per evidenti limiti mentali. Limiti evidenziati dal fatto che all'età di 12 anni frequentasse la prima elementare. Queste notizie marginali si possono leggere negli «ampi servizi all'interno», accanto ad altre ben più importanti. E cioè che Maurizio Minghella ha confessato. Che ha raccontato di aver commesso due delitti, gli ultimi in ordine cronologico tra quelli attribuiti al «mostro». Che si stanno verificando sue eventuali responsabilità negli altri due omicidi. Che il mostro, quasi certamente, è lui.
Il ritrovamento del cadavere dell'ultima vittima, in un fossato vicino alla linea ferroviaria diretta Genova-Arquata, all'altezza di Bolzaneto, è stato decisivo. Il corpo della povera Wanda Scerra, 19 anni, è stato rinvenuto il 3 dicembre, dopo cinque giorni di ricerche. Violenza sessuale, strangolamento, maldestro occultamento del cadavere. Tutto secondo copione. Ma si è trattato dell'ultima volta. Qualcuno conosceva le frequentazioni della ragazza, e c'è voluto poco a scoprire che a dare un passaggio alla vittima su un'auto rubata è stato Minghella, noto balordo di via Giro del Vento, assiduo frequentatore di discoteche (è il periodo della «Febbre del Sabato Sera», e qualcuno conierà per lui il soprannome «Travoltino»), e, da quel giorno, serial killer e maniaco sessuale con una morbosa fissazione per le donne nel pieno del ciclo mestruale.
La memoria torna a qualche mese prima. Ad aprile, domenica 10 aprile 1978. L'incubo inizia a Costa di Trensasco, a cavallo tra i comuni di Genova e Sant'Olcese. Un pastore trova tra gli sterpi il corpo nudo di una giovane donna. La testa è stata fracassata a pietrate e ci sono segni di violenza sessuale, ma il particolare più strano, tragicomico, sta sulla pelle della ragazza. Sono i giorni del sequestro Moro, in Italia non si parla d'altro, ed ecco che l'assassino di una giovane donna prende in mano una biro rossa e, in uno stampatello puerile, scrive sul cadavere «Brigate Rose», con una «s» sola. Un patetico, pedestre tentativo di sviare le indagini, a cui ovviamente non crede nessuno, che però fornisce agli inquirenti preziose indicazioni sul desolante profilo psicologico del colpevole. Quanto alla vittima, si risale subito alla sua identità. Si tratta di Anna Pagano, vent'anni soltanto ma, alle spalle, quella che si può già definire una vita difficile, fatta di una lunga serie di fughe da casa, una condanna per furto e un'altra per favoreggiamento, fino al tunnel dell'eroina e alla prostituzione per pagarsi la droga. L'assassino l'ha caricata verso mezzanotte in via Gramsci su una R5 bianca rubata. Le ha offerto una bella cifra perché si facesse portare in un pied-a-terre a Molassana. La ragazza ha accettato, ma non è entrata in nessun appartamento. Il cliente-carnefice ha svoltato verso Trensasco, dove ha messo barbaramente fine alla sua vita. Dagli accertamenti emergerà anche che la ragazza, quella notte, era nel periodo mestruale.
In questa storia, ogni delitto è legato ad un'automobile, sempre rubata. Dopo la R5, è la volta di una 500 color aragosta. La macchina si aggira per Bolzaneto nel caldo pomeriggio del 18 luglio. È qui, ad una fermata della linea 7, che il guidatore invita a salire la quattordicenne Maria Catena Alba, detta Tina, che, evidentemente, lo conosce bene perché accetta il passaggio senza esitare. Tina non è di Bolzaneto: abita in Circonvallazione a Monte, e quel pomeriggio si è recata in Valpolcevera con le sue amichette per vedere un ragazzo che ha conosciuto da poco. Il ragazzo non si è fatto vedere, e le amiche di Tina sono tornate a casa. Lei è rimasta ad aspettare, finché a bordo della 500 non si è finalmente palesato il misterioso uomo. L'ultimo viaggio di Tina finisce in un luogo isolato, Prele di Valbrevenna. La ritroveranno la mattina dopo seminuda, stuprata, strangolata con una corda ed orrendamente appesa a un albero, come un trofeo di caccia. Particolare apparentemente irrilevante, Tina Alba era nei giorni critici, come Anna Pagano. Ma è presto per mettere in relazione i due eventi.
Mentre per l'assassinio della prostituta a Trensasco le indagini sembrano non arrivare proprio da nessuna parte, qualche settimana dopo il massacro estivo della ragazzina un ragazzo finisce in manette. Si tratta di Gianni Lamparelli, un piccolo delinquente che Tina frequentava assiduamente fino a poco tempo prima e che aveva tentato di indurre la giovane a prostituirsi. Lamparelli è fortissimamente sospettato, ma mentre si trova in carcere, sulle alture genovesi ha luogo un altro episodio che comincia da un'auto rubata.
La macchina è una Fiat 850 color senape, e la data è il 22 agosto. Sono quasi le undici di sera. A bordo ci sono due ragazze di Manesseno, a cui un amico sta dando un passaggio per tornare a casa. Lorella Ferrari abita all'inizio del paese, verso Genova, e scende per prima. La casa dell'altra ragazza, Maria Strambelli, 21 anni, si trova alcune centinaia di metri più avanti. Ma non ci arriverà mai più. Verso le quattro del mattino i genitori di Maria cominciano a preoccuparsi. Scattano le ricerche, vengono organizzate squadre di privati cittadini, perché le forze dell'ordine sottovalutano l'ennesimo caso di ragazza sparita da casa (un leit-motiv degli anni '70) e non si occupano abbastanza assiduamente del caso. Dieci giorni, e Maria viene ritrovata da due agricoltori in una zona boscosa nei dintorni di Manesseno, malamente buttata in un fosso dopo essere stata violentata e strozzata con un elastico da portapacchi. A questo punto le analogie tra i delitti sono qualcosa di più che una fantasia. Giovani donne caricate su macchine rubate, violentate e uccise durante il loro ciclo mestruale. Sì, anche Maria Strambelli era nel periodo critico.
Un'ulteriore analogia emerge alla fine di novembre, il giorno 28, quando un'altra ragazza fa perdere le proprie tracce. La diciannovenne Wanda Scerra fa la commessa in un supermercato di Rivarolo, ed è lì che viene vista l'ultima volta. Alle 19 finisce il suo turno, esce e sale su un'auto guidata da un ragazzo che la sta aspettando in strada. Pare che sia di Bolzaneto come lei, e si frequentano da qualche giorno. Forse, però, Wanda non sa che la Fiat 600 su cui sta salendo, quel ragazzo l'ha rubata neanche mezz'oretta prima, davanti alla stazione di Bolzaneto. Se lo sapesse, potrebbe guardargli le mani, enormi, e capire che con due pale così uno le macchine le può forzare senza neanche aiutarsi con i ferri. Potrebbe anche capire che le stesse mani, intorno al collo di una ragazza indifesa, possono risultare letali. Basta che lui lo voglia. Ma Wanda Scerra non pensa a queste cose: quel ragazzo è così simpatico e gioviale, anche se non sembra essere una scienza, ma che importa? Ha un anno più di lei e ha un bel nome, Maurizio. Le piace, da quando lo ha conosciuto alla discoteca Maxim di Sampierdarena. Si tratta lo stesso locale frequentato da Tina Alba e Maria Strambelli, ma questo lei non lo sa, o non ci ha fatto caso. Nella sua ultima ora di vita, Wanda Scerra è tranquilla.
Inizialmente accusato degli omicidi della Scerra e della Strambelli, Minghella confessa. Gli indizi e le analogie portano poi gli inquirenti a scagionare Gianni Lamparelli e a chieder conto al Travoltino anche del delitto Alba. A questo punto, il killer va in crisi e ritratta tutto, chiudendosi nel silenzio e sostenendo la delirante tesi di un complotto a suo danno. Per quanto riguarda l'omicidio di Anna Pagano, è Minghella stesso a tradirsi. Scrive una lettera alla giovanissima moglie Rosa Manfredi, e il saluto finale «Baci, Rosa» assomiglia in maniera impressionante, per calligrafia, al «Brigate Rose» vergato sulla schiena della vittima. Oltretutto, il magistrato si accorge che l'assassino, semianalfabeta, non è in grado di scrivere le doppie. Anche in questo caso Minghella tace e non riesce a difendersi. Il processo del 1981 condannerà il Travoltino della Val Polcevera all'ergastolo e porrà fine alla sua parabola criminale. O forse no.