Il ministero bastone e carota

Roberto Maroni è un politico moderno, postindustriale, spiritoso e musicista, poca spocchia e ironia bastante, decisionista senza rigidità sclerotiche, insomma il meglio della Lega, partito che a me sta simpatico, sarà che sul passaporto c’è scritto nata a Venezia, e ci tengo. Ho anche perdonato gli stupidi cappi agitati contro Craxi, appartengono al «che si deve fare per farsi notare», e allora si notavano soprattutto i mostri. Il compito che sta affrontando è pesante, vuoi perché in questo Paese, per carenza sistematica di autocritica e di pazienza, si scaglia la pietra e si nasconde la mano, vuoi perché, passato neanche un mese già tutti sputano giudizi, a partire da alcuni colleghi giornalisti che sembrano colpiti pesantemente dalla botta dell’afa, last but not least, perché venire dopo la coppia Amato-Ferrero e i loro danni, con concorso attivo di Emma Bonino, aumenta la fatica dell’impresa.
Siccome ricevo molte lettere e a tutte rispondo e ringrazio, so sia pur per improvvisata statistica che la cittadinanza femminile osserva con simpatia il ministro degli Interni, ma con severa attenzione le decisioni che il governo prenderà sull’integrazione; cioè che cosa si farà perché alle necessarie misure, finalmente, di polizia, di sicurezza, di controllo, di espulsione, di detenzione, e, senza timore della parola, di repressione, si accompagni qualche idea e proposta positiva.
Nella fase di costruzione di una politica responsabile di immigrazione rischiano infatti di confondersi fino a perdersi le persone di tutte le etnie che iscriverei tra i liberali, i moderati, i lavoratori, che hanno bisogno di aiuto. Si è parlato giustamente di collaboratrici familiari e di badanti, che nella nostra società soccorrono soprattutto la fatica delle donne. Ma il discorso deve allargarsi anche ad altri di dimostrata buona volontà, perché conviene a noi. Per una volta non cito come esempio la mia blessed America, ma Israele. Sono certa che il ministro Maroni conosce le esperienze esemplari di integrazione sociale, educativa, culturale, che lì sono state raggiunte a forza di tentativi e di studi, dovendo accogliere qualunque popolo, dagli argentini impoveriti ai somali senza cibo, ai russi che fuggivano dal comunismo. Proviamoci anche noi. Così il ministro dell’Interno non corre il rischio di diventare l’Uomo Nero, come innocentemente si diceva ai bambini un tempo lontano, e le donne continueranno a giudicarlo simpatico, affidabile, anche carino.