Il ministero degli Esteri divide D’Alema e Fassino

Bersani: «Non promettiamo lacrime e sangue, aboliremo gli eccessi di precarizzazione della legge Biagi». Leoni (Forza Italia): un libro dei sogni

Laura Cesaretti

nostro inviato a Firenze

Una «fuga in avanti», inaspettata e tanto più «incomprensibile» perché è arrivata «guarda caso proprio il giorno prima della nostra conferenza programmatica, l’appuntamento che preparavamo da mesi per spiegare cosa vogliamo fare».
Gli uomini di Piero Fassino, a Firenze, non nascondono la sorpresa e l’irritazione per la strana accelerazione sul partito democratico alla vigilia dell’appuntamento della Quercia dal convegno romano nel quale l’editore di Repubblica Carlo De Benedetti ha invocato un «cambio generazionale» e lanciato il ticket Veltroni-Rutelli. Una «fuga in avanti», che i fedelissimi di Fassino liquidano come un «disegno effimero», ma che ha finito per spiazzare il partito riunito a Firenze e per tenere banco nei corridoi del gelido palazzo dei congressi dove si è aperta ieri pomeriggio la conferenza programmatica della Quercia. Vannino Chiti, coordinatore della segreteria, va giù duro: «Vedo strani giochi. Ma le investiture non le decide uno solo, fosse pure l’ingegner De Benedetti». Il capo dei senatori Angius si irrita: «Qui si parla del partito che c’è, i ds, e non di quello che non c’è». Livia Turco sottolinea che «come sia Veltroni che Rutelli sanno, le investiture vengono dai partiti e dai processi democratici».
L’appuntamento fiorentino già di per sé non era facile, perché di una cosa lo stato maggiore diessino pare essersi reso conto: che occorre sapere «intrecciare i nostri contenuti con quelli della Margherita», come ha detto la star della giornata, Pierluigi Bersani, visto che il listone unitario è ormai una realtà. Ma che non si può rischiare di apparire a rimorchio del partito rutelliano, farsi schiacciare a destra dal leader dl mentre la sinistra laica e liberale incalza il nuovo soggetto radical-socialista della Rosa nel pugno. «Così perdiamo identità ed elettori da entrambi i lati», constata un dirigente della segreteria, mentre c’è da far correre e rafforzare il simbolo del proprio partito. E infatti la relazione di Bersani, cui è stata affidata la sintesi del progetto diessino, cerca di dare una sterzata a sinistra, e lancia richiami al patriottismo di partito. Non è un caso che l’applauso più lungo se lo prende quando parla di laicità e di aborto, quando grida «respingeremo fermamente il tentativo di delegittimare surrettiziamente la legge 194», spingendo su un tasto che divide profondamente dalla Margherita filo-ruiniana. E altrettanto caldo è il consenso quando giura che «non prometteremo lacrime e sangue», e promette: «Vogliamo superare la legge Biagi, cancellando gli eccessi di precarizzazione: non neghiamo la flessibilità, ma deve essere buona». Affermazioni che inducono Antonio Leone, vicepresidente dei deputati di Forza Italia, a parlare di «libro dei sogni».
Gli applausi a Bersani fanno però salire anche la febbre interna alla Quercia, e dietro le quinte c’è chi descrive una sorta di assedio al segretario. La dalemiana Velina rossa rilancia con forza la questione del doppio incarico («Fassino non può pretendere di andare al governo e di restare al tempo stesso alla guida del partito»). Problema già posto da Massimo D’Alema al leader diessino, in un colloquio a quattr’occhi di qualche giorno fa. Pareva che ne fosse uscito una sorta di accordo: Fassino rinuncia al ministero di peso che sognava da tempo, e per il quale è tagliato (gli Esteri), e si accontenta della sola vicepremiership. E D’Alema si prende la Farnesina, che come ha spiegato rappresenta la sede del vero «numero due» politico di un governo. Altrimenti, per il partito c’è già un leader naturale: Bersani, appunto. Ma gli uomini di Fassino dicono che il segretario deve tener duro: «Certo deve rinunciare agli Esteri, perché altrimenti il giorno dopo gli sfilano il partito - spiega un suo stretto collaboratore -. Ma al governo deve andare, da vicepremier e con una delega importante: il coordinamento delle politiche economiche. E poi toccherà a lui preparare la successione alla segreteria, di qui al 2007, promuovendo un giovane, come Nicola Zingaretti. E restare in pista per la leadership dell’eventuale partito democratico: mica c’è solo Veltroni».