Ministri rossi in disordine sparso

Romano Prodi non si capacita, parla fra sé davanti a qualche collaboratore: «Ognuno cerca visibilità, rivendica, gioca per sé, come se la fine di questo governo fosse solo una mia sconfitta». C’è, è cresciuta negli ultimi tempi nel governo e fra i ministri, un’aria stranita, malfida, esplodono le rivalità e i comportamenti eccentrici, lo spirito di gruppo, o personale, prevale su quello di governo. Esempio: i 4 ministri 4 della Cosa rossa hanno l’aria di fare parte per se stessi. Ferrero, Mussi, Pecoraro Scanio, Diliberto (e quest’ultimo ha sostituito il ministro Bianchi, per i più scomparso) hanno elaborato fra loro, e presentato a Prodi una contro-Finanziaria accompagnata da questo fervorino: queste sono le nostre posizioni, tienine conto, se no, non contare sui nostri voti. Poi qualche giorno fa, al «vertice dei 60», tanti erano fra segretari e capigruppo in Parlamento, i 4 hanno ascoltato il Padoa-Schioppa e hanno sentenziato: «La vostra Finanziaria non ci convince, va riscritta». A pochi giorni dalla consegna in Parlamento e a Napolitano.
Alla riunione c’erano tutti, meno Mastella. Aveva vissuto una serata difficile, e non sapeva darsene pace. Invitato a Ballarò c’è andato, fiducioso, e ha scoperto di essere caduto in un «trappolone». Domande da Inquisizione da parte di Floris e della moglie di un comico sulle sue fortune politiche, su quelle di moglie, congiunti, sul famoso «aereo blu», sulle case, sulla vita privata, mai visto in questi circhi mediatici, niente di così feroce. Prima di lasciare lo studio Mastella lanciò il suo grido di guerra: «Non farò la fine di Craxi». C’è chi vi ha avvertito della paura, chi una minaccia, tipo: non sarò io il solo caprio espiatorio. Mastella ha chiamato in causa la «sinistra di Capalbio», in realtà il suo nemico giurato, nel governo, è Di Pietro, solidale con Grillo e il partito dell’anti-politica.
Il Di Pietro, in verità, non si sa più bene quale funzione abbia. È ministro delle Strutture, grandi lavori, Tav, ma è d’altro che parla, e si occupa. È il tutore dei magistrati, una specie di commissario politico delle toghe nel governo, ce l’ha con Mastella perché come Guardasigilli lo considera un usurpatore, lo accusa per l’indulto, perché vuole trasferire i magistrati di Catanzaro, e adesso ce l’ha con Visco giacché i giudici di Roma gli hanno riconosciuto «atti illegittimi anche se non penalmente illeciti», e dunque e comunque censurabili, ai danni del generale Speciale. Chiede le dimissioni di Visco, ma poiché è la stessa richiesta della Cdl, si contenta del «congelamento delle deleghe», almeno quelle le vuole.
In tanto spaesamento, nasce il caso del ministro Ferrero (Rifondazione) il quale ha raggiunto uno stato penoso di insofferenza, va dicendo in giro, e sui giornali, che lui si vergogna del governo del quale fa parte. Sono in tanti in Italia a pensarla come lui, che però fa il ministro. Aggiunge, a mo’ di chiarimento, ed è la sua fissa: io debbo chiedere scusa agli immigrati, verso i quali «lo Stato è in palese condizione di illegalità», niente di meno. Lancia una proposta ardimentosa. Che gli immigrati si rivoltino, «organizzino manifestazioni di protesta». A chi gli fa osservare che sarebbe più semplice che si dimettesse, il Ferrero risponde che no, che senza di lui il governo sarebbe peggiore, e dunque resta dove sta.
Il collega deputato Giorgio Merlo, Pd autorevole, sceglie il metodo del castiga ridendo mores. «Se fossimo a teatro - osserva - Ferrero sarebbe un soggetto da scritturare». In effetti, Pirandello è il suo autore. Il Ferrero può scegliere il «Così è se vi pare», o, dello stesso autore «Uno, nessuno e centomila», o magari i «Sei personaggi in cerca d’autore». Chi non ritiene di dover chiedere spiegazioni è Prodi, al quale non sembra eccessivo che un ministro da lui chiamato al governo si vergogni di sé, e della masnada della quale, suo malgrado, si trova a far parte.
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