Ministro assassinato a Beirut: torna l’incubo della guerra civile

Sfida ai cristiano-maroniti: ucciso nella sua auto da un commando Pierre Gemayel, ministro dell’Industria e figlio dell’ex presidente Amin. Il padre esorta alla calma: «Nessuna vendetta, preghiamo»

Fausto Biloslavo

Prima hanno bloccato la sua berlina grigia con un fuoristrada, poi gli hanno sparato a bruciapelo una sventagliata di proiettili. Per il ministro dell’Industria libanese, il cristiano maronita Pierre Gemayel, colpito alla testa da killer professionisti, non c’è stato scampo.
Il nuovo attentato eccellente di Beirut rischia di far riaffiorare lo spettro della guerra civile. I militanti cristiani sono scesi in piazza e ci sono stati scontri, mentre la gente è fuggita dagli uffici e dai negozi tappandosi in casa. Non a caso l’attentato è stato eseguito nel momento di maggiore e pericolosa instabilità politica del governo di Beirut per l’attacco frontale di Hezbollah e dei suoi alleati. Inoltre, poche ore dopo si attendeva dall’Onu il via libera al processo per l’attentato che lo scorso anno costò la vita al primo ministro libanese Rafik Hariri, in cui sono coinvolti esponenti del regime siriano.
Ieri Pierre Gemayel, 34 anni, stava probabilmente pensando all’omonimo nonno, fondatore del Kataeb, la Falange libanese, sulla cui tomba, in un sobborgo cristiano di Beirut, aveva appena deposto una corona di fiori. I suoi assassini, almeno tre, hanno bloccato la vettura ministeriale, con una scorta esigua, con un fuoristrada giapponese. In un attimo hanno sparato una sventagliata di proiettili, almeno 24. Poi un killer si è avvicinato al finestrino dalla parte di Gemayel e gli ha dato il colpo di grazia centrandolo alla testa con una pistola col silenziatore. Anche le due guardie del corpo sono rimaste ferite, e una è spirata più tardi. È incredibile che un ministro così esposto non avesse una scorta più consistente, mentre i killer erano sicuramente professionisti: hanno agito in fretta e sono fuggiti senza lasciare traccia.
Nel primo pomeriggio la notizia dell’attentato è scoppiata come una bomba a Beirut, e il leader della maggioranza parlamentare, Saad Hariri, figlio del premier assassinato, ha dichiarato: «Credo che ci sia la mano della Siria. Vogliono uccidere qualsiasi persona libera». Il governo di Damasco, attraverso l’agenzia di stampa di stato, Sana, ha «duramente condannato l’assassinio». Anche i parlamentari di Hezbollah hanno preso le distanze mettendo in guardia sul rinfocolarsi di vecchi odi della sanguinosa guerra civile combattuta tra il 1975 e il 1990.
La notizia dell’attentato ha provocato la fuga da negozi e uffici, e la gente è corsa a casa. La rabbia dei cristiani maroniti, di cui la famiglia Gemayel è un baluardo da secoli, è esplosa a Dora, dove si trova l’ospedale con la salma del ministro, e ad Achrafieh, il loro quartiere roccaforte ai tempi della guerra civile, presidiato da esercito e polizia. Manifestanti alzavano fotografie del leader ucciso e bloccavano il traffico, mentre nell’entroterra cristiano la situazione si è fatta più pericolosa. A Bikfaya, feudo di montagna dei Gemayel, è stata segnalata una sparatoria tra i falangisti e i membri di un partito cristiano alleato di Hezbollah. L’intervento delle forze di sicurezza ha evitato il peggio, ma nella roccaforte cristiana di Zaleh altri miliziani sono scesi in strada dando alle fiamme copertoni e invocando vendetta.
Un appello alla calma, mentre i leader rivali parlavano di «sedizione» e «guerra civile», è giunto ieri sera proprio dal padre del ministro ucciso, l’ex presidente Amin Gemayel, recatosi a rendere omaggio alla salma del figlio. «Che questa sia una notte di preghiera e di riflessione, lontana da reazioni istintive e vendette», ha dichiarato Gemayel. Il leader cristiano delle Forze libanesi, Samir Geagea, che solo due giorni fa aveva denunciato il rischio di attentati contro ministri antisiriani, ha chiesto le «immediate dimissioni» del presidente filosiriano Emile Lahud.
Il governo di Siniora ha proclamato tre giorni di lutto nazionale, e oggi i funerali di Gemayel si trasformeranno in una grande manifestazione antisiriana e contro i loro giannizzeri in Libano.