Il ministro al corteo gay mette in crisi l’Unione

Gabriele Villa

nostro inviato da Torino

Adesso chi glielo racconta, lassù, all'architetto Alessandro Antonelli, uomo tutto d'un pezzo che, nella Torino della seconda metà dell'Ottocento, decise di innestare un'opera ardita come la Mole. Chi se la sente di andare a bisbigliargli all'orecchio che, in una notte di quasi estate quell'opera ardita e suggestiva è diventata di colpo un enorme, discutibilissimo confetto rosa.
Un confetto rosa di 167 metri e mezzo. Certo potranno dirgli che è stato un regalo, un gentile pensiero del sindaco Sergio Chiamparino all'oceanica folla di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, che ha gioiosamente conquistato la città dando una scarica d'alto voltaggio alla pruderie sabauda. Un corteo di 50mila, secondo le forze dell’ordine. In fondo, deve aver pensato Chiamparino, prima di lavarsi la mani in pubblico con quel suo «non so se faccio bene o faccio male, ma io al corteo del Gay Pride non ci sarò», far diventare rosa la Mole, con qualche giochetto di luci è il minimo che si potesse fare per quel bel carnevale del Gay Pride. Ma anche e soprattutto il carnevale di una sinistra di governo che, appresso a quella sfilata di carri in technicolor, carichi di orgoglio omosessuale, è apparsa, ieri, in forte debito d'ossigeno. Colpa principalmente del ministro per le Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, che, proprio alla vigilia della grande adunata gay, ha pensato bene di scrivere una lettera alle varie associazioni «di categoria» spiegando le ragioni della sua adesione alla manifestazione: «Sto pensando a una legislazione umana e saggia per le unioni di fatto, omosessuali e non, cosa che sta a cuore a noi e a molti di voi». E poi aggiunge: «Credo che il Parlamento debba sentire il dovere di ricercare regole miti e sagge perché le coppie di fatto, omosessuali e non, possano avere in Italia quei diritti e quei doveri che fanno stare bene».
Un bel pugno nello stomaco di Prodi e prodini, che aveva subito fatto scattare la precisazione del portavoce del premier Sircana: «L'adesione del ministro va considerata a titolo personale - la linea del governo rispetto alle unioni civili rimane quella concordata nella fase di definizione del programma di governo». E poi via con le reazioni a catena nella maggioranza, Margherita in testa. Tanto che qualcuno come Enzo Carra ha ricordato al ministro che «oltre alle minoranze esiste anche la maggioranza del Paese». E anche l'Udeur ha detto la sua tuonando che «su materie di questo tipo è meglio che il Governo si rimetta alle decisioni del Parlamento». Risultato: la Pollastrini ha tentato una mezza retromarcia precisando che «il ministero applicherà il programma dell'Unione» e poi ha cercato di confondersi tra i cinquantamila che ieri, da Porta Susa a piazza Vittorio Veneto, sono sfilati, spartendo popolarità e applausi con il popolo degli scooter, ovvero i partecipanti, altre passioni, altro genere di feste, al raduno di Eurovespa.
Tornando al Gay Pride corre l'obbligo di ricordare che sul palco è salito anche un altro ministro del governo Prodi, Paolo Ferrero, e che i trentadue carri che hanno sfilato sono stati benedetti da Daniele Capezzone della Rosa nel Pugno che sul suo, di carro, ospitava anche l'immarcescibile Marco Pannella. Alla manifestazione hanno preso parte anche il governatore del Piemonte Mercedes Bresso e quello della Puglia Nichi Vendola. Apprezzata anche l'adesione di tutto il gruppo al Senato di Rifondazione Comunista. Mentre il presidente della Camera Fausto Bertinotti, pur avendo firmato l´appello «Esserci è diverso, e io ci sarò» ha preferito andarsene a Ischia.
Peccato, così si è perso striscioni particolarmente significativi come «Non lasciateci in Pacs», «Divorzio 1974, aborto 1981, Pacs ora» e «No Vatican no taleban». Pochi invece i momenti di tensione, come quando un gruppo di militanti del movimento giovanile di destra Azione Giovani, al grido «vergognatevi», ha tentato di srotolare uno striscione davanti al corteo. L’intervento della polizia li ha convinti a desistere.