Un ministro, due vice e sei sottosegretari: così l’Unione fa Economia

È pur vero che il palazzone umbertino che ospita, in via XX Settembre, il ministero dell’Economia e delle Finanze dispone della maggiore cubatura della capitale, dopo la Basilica di San Pietro. E tuttavia, ci si comincia a chiedere se nel piano nobile dell’edificio ci sarà posto a sufficienza per l’esercito di viceministri, sottosegretari, esperti e rispettivi staff, che Romano Prodi vi ha insediato a presidio dell’economia e del suo ministro, Tommaso Padoa-Schioppa.
In realtà, almeno un viceministro e un paio di sottosegretari saranno decentrati. Vincenzo Visco, già prima del giuramento ha fatto sloggiare dagli uffici delle Finanze di Piazza Mastai la sede della Scuola superiore dell’economia e delle finanze guidata da Enzo Fortunato, il capo di gabinetto di Giulio Tremonti che oggi ricopre lo stesso incarico con Antonio Di Pietro. Anche Alfiero Grandi dovrebbe trasferirsi a Trastevere, accanto a Visco, come forse l’altro sottosegretario Mario Lettieri. Ignota, almeno per il momento, la sorte di Paolo Cento e dell’ex sindaco di Carbonia Antonangelo Casula. In via XX Settembre troveranno ufficio il secondo viceministro, Roberto Pinza, e il sottosegretario alle privatizzazioni Massimo Tononi. Eguale destinazione dovrebbe essere riservata all’«ottavo uomo», il sottosegretario alla Finanziaria Nicola Sartor.
Una stanza «di rispetto» dovrà essere poi trovata per Riccardo Faini, il docente universitario che ha guidato il monitoraggio sui conti pubblici, e che sarebbe stato incaricato da Prodi e Padoa-Schioppa di coordinare il lavoro preparatorio del Dpef. Compito che, tradizionalmente, spetta al direttore generale del Tesoro. Potrebbe inoltre esser necessario reperire un ufficio a Piero Giarda. All’attuale presidente della Banca popolare italiana, secondo indiscrezioni riportate dal quotidiano Italia Oggi, verrebbe infatti affidato il coordinamento della commissione incaricata di studiare gli effetti del federalismo fiscale. Giarda, durante il primo governo Prodi era stato uno dei sottosegretari di Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro, con il compito di seguire passo passo la legge finanziaria in Parlamento. Incarico che è stato affidato da Padoa-Schioppa a Nicola Sartor.
A fronte di questa squadra ridondante, il titolare del dicastero appare oggettivamente indebolito. Tutte le competenze sul Mezzogiorno - che nel precedente governo erano appannaggio del viceministro dell’Economia Gianfranco Miccichè - sono state trasferite al ministero dello Sviluppo economico di Pierluigi Bersani. Il coordinamento del Cipe (il Comitato interministeriale per la politica economica) è stato sottratto all’Economia, a vantaggio del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Fabio Gobbo. Ma non solo. La delega al viceministro Vincenzo Visco - che, al contrario di Padoa-Schioppa, è un politico di rango - è molto pesante, visto che riguarda l’intero settore delle entrate. Non appare esagerato parlare di uno «spacchettamento di fatto» del ministero dell’Economia: tanto che è Visco, non Padoa-Schioppa, a occuparsi della parte fiscale della manovra correttiva.
Senza Mezzogiorno, senza Cipe, senza Finanze, senza la competenza su risparmio e banche affidata all’altro viceministro Roberto Pinza, senza il controllo diretto sulle partecipazioni azionarie pubbliche (su cui sovrintende Massimo Tononi, ex golden boy della Goldman Sachs), a Padoa-Schioppa resta principalmente il compito più duro: il controllo della spesa. Per affrontarlo, il ministro dovrebbe stringere un legame forte con la struttura di via XX Settembre. Invece, emergono voci di avvicendamento per Grilli e persino per il ragioniere generale Mario Canzio, l’unico tecnico vero che potrebbe dare una mano al ministro per trovare le spese da tagliare. La fame di poltrone all’Economia, da parte del centrosinistra, sembra davvero incontenibile.