Il ministro getta la maglia: lascio il governo, non la lotta L’Occidente è sotto attacco

«Mi dimetto per senso di responsabilità, non per le pressioni dei Poli»

Luca Telese

da Roma

Da ieri Roberto Calderoli non è più ministro, ha gettato la spugna, abbandonando la sua carica dopo una resistenza strenua. Ma non c’è stato nulla da fare, la posizione di Silvio Berlusconi (in queste ore fortissimamente sostenuto da Gianni Letta e da Gianfranco Fini, secondo cui la richiesta di abbandono era «di tutto il governo») è stata intransigente: non c’è posto nell’esecutivo per chi ha messo a repentaglio la sicurezza dell’Italia con un gesto imprudente che è suonato offensivo per tutto l’Islam.
Eppure, anche di fronte a questa chiarezza adamantina, la cronistoria della giornata è non poco complessa. La partita era delicatissima già in partenza: che avrebbe dovuto dire addio alla poltrona di ministro per le Riforme, in realtà Calderoli l’aveva già capito ieri sera, quando era arrivata il pronunciamento più pesante, quella del leader del Carroccio, Umberto Bossi. Ma a partire da quel momento il come e il quando diventavano decisivi: la prima idea del ministro, che aveva preparato il terreno con una lunga intervista a La Repubblica era prender tempo, ritardare il più possibile l’addio, drammatizzare il conflitto e tramutare se stesso in un simbolo: «Qui è in gioco la civiltà Occidentale. Non possiamo continuare a tacere subendo i loro ricatti. Non ci sto». In quest’ottica ogni ora guadagnata favoriva il contropiede: non un ministro che se ne va dopo aver commesso una gaffe, ma un leader politico che combatte una battaglia consapevole e ne paga il prezzo rinunciando al potere. Questa linea, fra l’altro, resta quella che Calderoli si appresta a seguire da oggi. Ma l’idea di resistere in carica, invece, tramontava fin dalle prime ore della mattina. Non tanto per il coro di richieste di dimissioni dell’opposizione, quanto per le resistenze incontrate nella maggioranza e nella stessa Lega.
Nel Carroccio la partita era resa ancora più complessa dal doppio incarico di Calderoli, che è sia capo-delegazione che leader del partito. A seconda di come esce da questa storia anche il suo futuro nella Lega può avere esiti diversi. E lo stesso partito - che ieri si compattava lealmente intorno al «suo uomo» («si è dimesso da hombre vertical», commentava uno della vecchia guardia come Mauro Borghezio) - forse dovrà scegliere fra lo stile da carro armato del coordinatore, e quello più governativo del delfino Giorgetti. Fuori, poi, il clima era ancora più infuocato. L’Udc? Marco Follini telefonando in diretta nello speciale de La Sette si sfoga con Antonello Piroso: «Calderoli ha avuto un comportamento trogloditico». Il conduttore trasecola: «Ho capito bene?» E Follini: «Sì. Trogloditico». Quanto a Fini, deve persino diramare una nota per chiarire che non ha chiesto nessuna testa a Berlusconi: ma è proprio lui che, dopo un giro di colloqui con i ministri degli Esteri spiega al Cavaliere: «Non si può attendere nemmeno un minuto oltre». La terza spinta decisiva? Il Quirinale, che da due giorni esprimeva informalmente la sua posizione: Calderoli è ormai incompatibile col suo ruolo. Dopo l’addio del ministro arriva un comunicato ufficiale del Colle, quasi inconsueto per la durezza della posizione: «Soprattutto chi ha responsabilità di governo deve avere comportamenti responsabili». Non è finita: il capo dello Stato si dice «profondamente addolorato per i gravi incidenti occorsi a Bengasi, costati tante vite umane». Per l'Italia, aggiunge: «c'è una chiara, indiscussa linea della nostra politica che interpreta il sentimento dominante degli italiani: il rispetto dei credi religiosi e dei culti di ogni popolo». Ecco perché intorno alle cinque Calderoli, dopo un vertice con Bossi e Maroni, getta la spugna con un proclama di guerra: «Non intendo consentire oltre la vergognosa strumentalizzazione che in queste ore viene fatta contro di me e contro la Lega anche (purtroppo) da esponenti della maggioranza». Di più: «per questi motivi ho rimesso il mio mandato di ministro nelle mani del presidente Berlusconi, per senso di responsabilità e non certo perché sollecitato da maggioranza e opposizione». Quello che segue è un manifesto politico che collega il suo gesto agli atti di «inaudita violenza» compiuti in molti Paesi musulmani contro bersagli occidentali, dall’uccisione del sacerdote al massacro di suore e civili: «Colpevoli solo di professare una religione diversa dall’Islam». Questo «attacco all'Occidente - prosegue - mi preoccupa molto e dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno responsabilità di governare il pacifico vivere tra culture diverse. Ho espresso a modo mio la solidarietà a tutti coloro che sono stati colpiti dalla cieca violenza del fanatismo religioso e per questo io e la Lega Nord siamo finiti sul banco degli imputati».