Il ministro invita allo sciopero anche contro il suo governo

Ferrero (Solidarietà sociale) avverte la sua maggioranza: «Il rischio vero per la tenuta della coalizione è nella manovra, se si toccano le pensioni si va in piazza»

Gian Maria De Francesco

da Roma

«Oh, che disciplina è codesta, che i soldati esortino il generale ad aver paura?». Il cardinale Federigo Borromeo, sapientemente descritto dal Manzoni nei Promessi Sposi, respingeva così gli ammonimenti del suo cappellano a non dare udienza all’Innominato.
Allo stesso modo, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, sta ricevendo numerosi suggerimenti dei suoi alleati allo scopo di ammorbidirne, o per meglio dire addolcirne, la prossima Finanziaria che si preannuncia avara di soddisfazioni anche per le classi medio-basse. La minaccia degli scioperi, agitata dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero ieri sulle pagine del Riformista, è solo l’ultimo «avvertimento» in ordine di tempo. I soldati della composita e variopinta armata dell’Unione hanno ammonito il generalissimo che la sua qualifica è temporanea. E se non farà altre marce indietro come Bersani sui taxi alle proteste della piazza farà seguito il «rompete le righe».
«Non so quanto reggerà ancora il governo - ha detto Ferrero - ma se devo dire dove sta il rischio vero, allora dico che sta nella Finanziaria e non nelle missioni militari all’estero». Considerato che anche sulla manovrina (alias decreto Bersani) è molto probabile il ricorso alla fiducia, la tenuta della maggioranza è a rischio.
Ferrero ha poi rincarato la dose. «Bisogna fare una grande discussione popolare e di massa sulla manovra economica», ha aggiunto. L’invito è chiaro: le misure di contenimento della spesa, promesse ma ancora non argomentate dal ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, non devono nemmeno lambire il bacino elettorale dell’estrema sinistra. «Se la manovra - ha concluso il ministro - dovesse toccare la spesa sociale, pensioni in testa, e peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori, la difesa degli strati sociali è auspicabile». Il più classico dei via libera a Cgil, Cisl e Uil a ricorrere alle manifestazioni di piazza per bloccare eventualmente nuove sortite su pubblica amministrazione, spesa previdenziale e sanità. Con buona pace degli auspici del governatore di Bankitalia Mario Draghi e dei mercati internazionali.
Al di là della singolarità e dell’esuberanza di un ministro che incita lo sciopero contro il governo del quale fa parte, resta un dato politico più rilevante. La maggioranza è ben conscia che sulla legge di bilancio ne va della sua stessa sopravvivenza. Il segretario dei Ds, Piero Fassino, aveva già chiaramente individuato nella manovra il tallone di Achille dell’Unione. «Sappiamo di avere un problema di numeri - aveva dichiarato - ed è chiaro che siamo interessati a consolidare la maggioranza. Ma non vedo perché il centrodestra dovrebbe immaginare cambiamenti prima della Finanziaria. Noi abbiamo l’onere di farla approvare, loro quello di vedere se ce la facciamo».
Il prossimo passaggio di maggior rilevanza è la votazione della manovra-bis, prevista per martedì prossimo al Senato. Il senatore del Südtiroler Volkspartei, Manfred Pinzger, si è già defilato. «Potrei non esprimere la fiducia al governo», ha detto aggiungendo che «in via di principio non ho alcuna paura delle elezioni». Un voto in meno a Palazzo Madama metterebbe la maggioranza a rischio. Ma anche se questo esame fosse superato, resterebbe da individuare una strategia per assicurare quei 20 miliardi di euro necessari alla correzione del rapporto deficit/pil nel 2007 senza intervenire su quei capitoli di spesa (pensioni in primis) per i quali estrema sinistra e sindacati sono già sul sentiero di guerra.
Prodi potrebbe accettare la sfida o fare come Don Abbondio. In fondo, «il coraggio, uno non se lo può dare».