Il ministro Maroni testimone nel processo al clan Setola

Ore 10,30, il Ministro dell'interno, Roberto Maroni, arriva nell'aula della Corte d'Assise del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) per essere ascoltato in qualità di testimone al processo che si sta celebrando contro il clan Setola. Oltre al capo dell'ala stragista dei casalesi, alla «sbarra» ci sono altri 4 imputati, accusati della strage di extracomunitari, 6 africani uccisi a Castelvolturno il 18 settembre del 2008. Il ministro Maroni rispondendo alle domande dei pm della Dda Alessandro Milita e Cesare Sirignano ha ricordato la decisione di inviare nel casertano, all'indomani della strage, 400 poliziotti e 500 militari per ingaggiare «una guerra alla camorra che «sarebbe durata fino alla definitiva sconfitta dei clan». Il ministro dell'Interno ha sottolineato che «la presenza straordinaria sul territorio è ancora attiva». Poi, «ci fu il rischio di un'escalation di violenza come reazione alla strage ma fu scongiurata anche grazie all'invio di più uomini sul territorio».
La deposizione del Ministro dell'Interno è durata un'ora. All'uscita da Palazzo di Giustizia, Maroni si è infilato in auto, seguito dalla sua scorta ed ha raggiunto il casello autostradale, direzione Roma. Tornando al processo contro l'ala stragista del clan dei Casalesi, la procura contesta agli imputati l'aggravante delle finalità terroristiche. Per questa ragione si è reso necessario sentire il ministro Maroni che, all'epoca della strage della «sartoria», dove fu compiuto il massacro di nordafricani, parlò di «guerra civile». Maroni ha chiarito in aula che i clan avevano mosso guerra allo Stato, che a sua volta mise in campo tutte le forze disponibili. I legali della difesa hanno poi chiesto al capo del Viminale nel corso del controesame, se fossero state avvertite delle avvisaglie di guerra civile prima che si verificasse la strage. Maroni ha risposto positivamente alla domanda degli avvocati.Setola è stato uno dei killer più sanguinari nella storia della camorra campana. Gli viene contestata una ventina di omicidi commessi in poco più di un anno e mezzo. Da gregario del capoclan Francesco Bidognetti, si era trasformato in un boss dopo l'arresto di «Cicciotto 'e mezzanotte». Setola, detto «o cecato», per via di una finta cecita', sembrava imprendibile, era più volte sfuggito all'arresto ma, la sua latitanza fini a gennaio dello scorso anno, in una casa diroccata di Mignano Montelungo.
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