Il ministro di Rifondazione all’attacco: «Costruiremo una società multietnica»

I diktat di Ferrero (Welfare): via dall’Irak, aboliamo la riforma Biagi e la legge sulla droga

Emanuela Fontana

da Roma

Un’ora prima di giurare al Quirinale si era già sbilanciato: «Ritiriamo subito le truppe». È ex cassintegrato Fiat, ha due figli nati da una lunga convivenza conclusa con la separazione e promette di smontare la legge Fini sulle droghe e quella Biagi sul lavoro. Chi si lamenta di un eccessivo moderatismo nelle scelte di Romano Prodi per il suo governo, troverà in Paolo Ferrero, «alpinista» di religione valdese, il paladino perfetto della tesi opposta. La vera bandiera della sinistra radicale sembra essere proprio il quarantaseienne neoministro del Welfare (o della Solidarietà sociale), piemontese da molte generazioni, scalatore e podista, matricola in Consiglio dei ministri, a cui sono state tolte le deleghe su lavoro e famiglia ma non la voglia di far saltare in aria ciò che è stato costruito negli scorsi cinque anni.
Alla sua prima esperienza parlamentare, già segretario di Rifondazione di Torino e responsabile economico del partito, ha subito messo sul tavolo quali saranno le sue battaglie mentre i 24 compagni di squadra si attenevano a sorrisi da primo giorno di scuola: «Sono due i punti su cui occorre dare un segnale di discontinuità rispetto alla situazione precedente. Bisogna ritirare le truppe italiane dall’Irak e, rispetto alla lotta alla precarietà, superare la legge 30 perché l’insicurezza sociale è tanta parte del disagio di questo Paese».
Ferrero non si sente un ministro a metà. Il Welfare è una fonte inesauribile di temi che porrà alla discussione della maggioranza. Come la droga: «Bisogna innanzitutto abrogare la legge Fini-Giovanardi per impedire ulteriori danni. Questa legge farà dei morti». Qualche mese fa aveva detto: «I narcotrafficanti ringrazieranno Fini». Non ricorre alla parola liberalizzazione controllata, ma sembra essere questa la sua strada: «Va ricostruita una politica attiva sul fronte delle sostanze, che sfugga alla repressione e alla tenaglia dell’ordine pubblico».
Anche sull'immigrazione le idee del ministro Prc sembrano più vicine alla linea del governatore pugliese Nichi Vendola che a quella del presidente della Repubblica e già ministro dell’Interno Giorgio Napolitano: «Bisogna uscire dalla logica del capro espiatorio portata avanti dalla destra e provare a costruire una società multietnica». Come? «Occorre rompere il meccanismo dell’illegalità di queste persone, e quindi regolarizzare gli immigrati che lavorano senza permesso di soggiorno, facendo in modo che possano usufruire dei servizi necessari». Avrà un riguardo particolare, assicura, per gli anziani, pensando a un’integrazione tra pubblico e volontariato per «ricostruire un tessuto sociale. A partire dai servizi che in molte parti del Paese non ci sono».
Ma è soprattutto la cancellazione della legge Biagi, o comunque la sua revisione pressoché totale «contro il lavoro precario», uno dei punti che sta più a cuore a Ferrero, il suo cavallo di battaglia, del resto, in campagna elettorale, e nella sua politica precedente. Il 13 gennaio del 2005, per esempio, dichiarava: «L’indagine Eurispes ci segnala i disastri sociali causati da precarietà e flessibilità. È necessario non solo abrogare la legge 30 ma bisogna anche restringere precarietà e flessibilità previste dal pacchetto Treu. La precarietà nel mondo del lavoro produce solo inciviltà».
La moderatrice dei valdesi in Italia, Maria Bonafede, ne dice un gran bene: «Siamo stati cosegretari della federazione giovani evangelici italiani. È una persona molto impegnata, seria e schietta». L'agenzia dei protestanti italiani gli ha inviato un messaggio di felicitazioni.
Ferrero ha un figlio di 12 e una figlia di 18 anni. Ha un cuore da musicista: suona con gli amici jazz, folk e rock. Nato da famiglia operaia e antifascista a Chiotti Superiori, paesino di montagna della val Germanasca in provincia di Torino, dove il bisnonno socialista è stato sindaco, ha cominciato l'esperienza politica in Democrazia proletaria. Ferrero è stato l’ultimo compagno di partito che Bertinotti ha salutato dieci giorni fa dopo l’addio al Prc, il giorno dell’elezione di Franco Giordano, durante il comitato politico: «Ciao Paolo ci vediamo - gli aveva detto commosso il leader di Rifondazione -. Anzi, ci vediamo domani alla Camera. Mi fa strano che sei lì». E ora dovrà chiamarlo ministro Ferrero.