Il ministro s’ingarbuglia tra scuse e ammissioni

Il titolare della Funzione pubblica in conclusione. Risponde ai giornali ma si contraddice. Prima si assolve e poi si condanna

Risponde, replica, rettifica. E a ogni passaggio avverte uno scricchiolio che lo porta a riprendere la penna e a indirizzare un’altra lettera a questo o a quel direttore. È una peregrinazione labirintica quella di Filippo Patroni Griffi, il ministro che ondeggia sempre più pericolosamente sulla sua fresca sedia. La casa con vista sul Colosseo, pagata la stratosferica cifra di 177.754 euro, è ormai un tormentone sui giornali, quasi quanto il caso Malinconico, peraltro in via di archiviazione. L’ultima puntata è una lenzuolata spedita ieri al Fatto Quotidiano. Patroni Griffi si difende riga dopo riga puntigliosamente, ma alla fine dell’estenuante lettura i dubbi restano al loro posto. Anzi, se possibile aumentano: «Temo di non essere in grado di scrivere un manuale per furbetti, come mi viene suggerito - nota il ministro, che poi prosegue - vorrei solo che fosse chiaro che non ho fruito di alcun privilegio personale, ma mi sono trovato nelle condizioni in cui si sono trovati migliaia di inquilini di enti previdenziali».

Sarà, ma la sostanza resta sempre la stessa: un superesperto del diritto come lui, aiutato, guarda la combinazione, da un grande avvocato come Carlo Malinconico, dribbla tutto e tutti, strappando un prezzo popolare per un appartamento che non sarà una reggia ma si trova in uno degli angoli più belli di Roma. Lui prova a ironizzare: «Scorgere il Colosseo richiederebbe operazioni inconcepibili per chi, come me, soffre di vertigini». Poi si rifugia nell’albero genealogico: «Vengo da una famiglia in cui mio padre, magistrato, quando entrai in magistratura, non ancora ventiquattrenne, mi disse: “Ricordati che i magistrati parlano solo con le loro sentenze”». Così l’oscillazione continua fra l’educazione al silenzio e una sorta di bulimia comunicativa. È tutto in regola, la causa fu vinta passando e ripassando per il Tar, il Consiglio di Stato e pure la Corte costituzionale chiamata a deliberare su una sorta di lodo Patroni Griffi, però alla fine pure lui tentenna: «Oggi non so se percorrerei le stesse vie legali con tutti gli altri condomini». Più il ministro dal doppio cognome si ostina a chiarire, più la storia s’ingarbuglia. E piano piano prende la forma di un pasticcio: il pasticcio numero due, dopo quello che ha avuto per protagonista Malinconico.

Ma la trama è sempre la stessa, già delineata nella risposta all’articolo che Sergio Rizzo sul Corriere della Sera aveva dedicato alla casa in dicembre. Prima la stoccata: «Ammetto che fatico a riconoscermi nel quadro che emerge dall’articolo scritto da Rizzo». Poi una mezza retromarcia: «Oggi alla luce delle polemiche sollevate, dei possibili fraintendimenti legati a quella vicenda e degli importanti incarichi che mi sono stati assegnati, probabilmente ripenserei quella decisione e rifletterei sull’opportunità di comportarmi in maniera diversa da tutti gli altri». Frasi che tornano, con qualche piccola variante, nell’intervista al Corriere di martedì scorso: «Ho fatto una riflessione. Una persona investita da cariche pubbliche, prima di esercitare i diritti di un comune cittadino, deve chiedersi se l’esercizio di quel diritto poi possa essere, e lo dico in senso buono, strumentalizzato».
Insomma, Patroni Griffi prima si assolve e poi si condanna seguendo il movimento del pendolo. E ventilando, sia pure in forma negativa, le dimissioni. Sempre martedì, in un crescendo sempre più pericoloso, Patroni Griffi prova a prendere le distanze dal fantasma di Claudio Scajola che lo perseguita sin dall’inizio, se non altro per la vicinanza geografica dei due immobili. «Non credo che siano situazioni assimilabili», spiega col suo stile educato, composto, che fa pensare a un magistrato che non vorrebbe disturbare nessuno. Ma ormai la parentela fra le due vicende è un dato giornalistico acquisito che rimbalza da un titolo all’altro. Anche se, va detto, Patroni Griffi ha pagato di tasca sua quel poco che ha dovuto sborsare, Scajola venne aiutato dagli amici della cricca. E però Scajola, o chi per lui, versò 8.500 euro al metro quadro nel 2004, lui solo 1.630 nel 2008. E così la differenza fra le due quotazioni viene uncinata e trasformata in titolo: «L’ha pagata meno di Scajola». Un altro passettino verso il precipizio.