Ministro al di sotto di ogni sospetto

La vittima è stata rimossa, il colpevole resta. Il governo Prodi caccia il comandante della Guardia di finanza «reo» d’aver denunciato le pressioni di Vincenzo Visco e lascia al suo posto il viceministro che esercitò illecitamente il suo potere. Un colpo di mano che è anche un avvertimento arrogante e mafioso a chiunque dentro le istituzioni osi opporsi al nuovo corso. Impipandosene delle inchieste giudiziarie ancora aperte e ancor più dell’opinione pubblica, la sinistra si tiene l’uomo che prometteva di dare la caccia agli evasori e intanto la dava ai vertici delle Fiamme gialle che indagavano su Unipol. Mostrando un alto disprezzo per la verità, il governo ha deciso di ignorare le testimonianze e le lettere che Il Giornale ha pubblicato a conferma della versione del capo della Gdf e ora acquisite dalla Procura. Quei documenti dimostrano senza ombra di dubbio che il viceministro dell’Economia ha tentato di rimuovere i vertici milanesi della Finanza. Una decisione che cercò di imporre con ostinazione al comandante, senza che vi fosse alcuna esigenza di servizio: semmai inconfessati interessi. Altro che «vergognoso linciaggio mediatico e manovra elettorale di cui non si sentirà più parlare dopo il voto», come ebbe a dire Piero Fassino una settimana fa. Altro che «scientifica campagna di disinformazione», come con impudenza ha scritto ieri lo stesso Visco nella sua lettera a Prodi.
Ormai è chiaro a tutti, persino alla stessa maggioranza, che il generale non mentiva. Se qualcuno avesse avuto ancora dubbi, l’offerta fatta all’alto ufficiale dal ministro Tommaso Padoa-Schioppa di un incarico di prestigio, in cambio delle sue dimissioni, è la prova che Speciale ha detto il vero quando dieci mesi fa denunciò, di fronte ai magistrati, le pressioni del viceministro. Se fosse stato un bugiardo non gli sarebbe stato offerto alcunché. Se fosse stato uno spergiuro, Visco non sarebbe stato costretto, seppur temporaneamente, a rimettere le deleghe sulla Gdf.
La realtà è che il governo Prodi è a un passo dalla crisi e che il caso del viceministro minacciava di mandare in pezzi la maggioranza. Per salvarsi il centrosinistra ha deciso di giocare d’anticipo, buttando fumo negli occhi ai cittadini, lasciando intendere d’aver adottato una soluzione salomonica. La rinuncia delle deleghe sulle Fiamme gialle da parte di Visco è invece una presa in giro, un pretesto per consentire a Di Pietro e a Bordon di ritirare le mozioni contro il viceministro, salvandogli la poltrona ma non la faccia. L’uomo che voleva cacciare i vertici della Gdf che indagavano sull’Unipol non può fare un passettino indietro, come è accaduto ieri: ne deve fare uno in avanti, ma per andare a casa. Non può restare al suo posto un politico che esercitò indebitamente la sua funzione. L’incarico delicato ricoperto da Visco richiede una persona al di sopra di ogni sospetto e di ogni accusa. Soprattutto in un momento in cui l’affare Unipol si complica. Non solo perché sono in arrivo alla Camera le intercettazioni telefoniche tra l’ex presidente della compagnia d’assicurazione delle Coop, Giovanni Consorte, e un mazzetto di parlamentari di sinistra, intercettazioni, guarda caso, di cui si occupava proprio quel nucleo della Finanza i cui vertici Visco voleva rimuovere. Ma anche perché ieri, sempre la Gdf, ha sequestrato 55 milioni di euro a un immobiliarista assai vicino ai Ds. Il tesoretto sarebbe frutto della vendita di alcuni immobili dell’Unipol. Una misteriosa operazione in cui ritorna il nome di Consorte, l’uomo che teneva 50 milioni a Montecarlo e a cui Fassino chiese: «Abbiamo una banca?». Ombre rosse. Per il momento credono d’essersela cavata licenziando lo sceriffo. Ma alla fine la cavalleria vince sempre.