Il ministro toglie energia alle Regioni

Lanzillotta: lo Stato si riprenda la competenza su alcuni settori strategici, basta con lo spezzatino

da Roma

Il ministero dello Sviluppo economico di Pier Luigi Bersani sta mettendo a punto la sua agenda. E in programma c’è una lavata di capo a quei governatori, tutti di centrosinistra, che fino ad oggi hanno bloccato la costruzione di tutte le infrastutture e le reti che servono a creare energia: dai rigassificatori, alle reti, fino alle centrali.
È il caso di Piero Marrazzo, presidente della giunta del Lazio, che fino ad oggi è stato un oppositore al progetto di riconversione della centrale Enel di Civitavecchia. Nel mirino anche il presidente della Puglia Nichi Vendola, la cui militanza ambientalista e anti rigassificatori (gli impianti che permettono di importare via mare il combustibile evitando i costosissimi gasdotti) poteva essere tollerata durante il governo Berlusconi, ma non in quello Prodi. Il dicastero del pragmatico esponente emiliano dei Ds vorrebbe sbloccare la costruzione del rigassificatore di Brindisi, sottraendo la sua costruzione ai veti del governatore di Rifondazione comunista.
Un’impuntatura di Bersani, soggetta ai veti della sinistra radicale? Non sembrerebbe, almeno a leggere un’intervista rilasciata ieri da Lidia Lanzillotta, neoministro per gli Affari Regionali, a Italia Oggi. Nei rapporti tra Stato e governi locali - ha spiegato - bisogna trovare un «assetto soddisfacente». Innanzitutto «limitando i settori di competenza concorrente tra Stato e Regioni che hanno dato luogo alla maggior parte dei conflitti». E, soprattutto, «avocando allo Stato alcuni settori di interesse nazionale per lo sviluppo del Paese e che dunque non possono essere lasciati allo spezzatino regionale». In cima alla lista di questi temi da sottrarre completamente ai veti delle regioni proprio «la gestione delle reti energetiche. La creazione di nuove strutture o l’ammodernamento di quelle già esistenti». Una volta sentiti i pareri di tutti, ha spiegato Lanzillotta, bisogna che ci sia qualcuno a livello nazionale che «si assuma la responsabilità di decidere, di fare una scelta».
Il modernismo dell’Unione si ferma qui. Non arriva, ad esempio, a toccare la costruzione del ponte sullo stretto di Messina. Anche se comincia a farsi sentire timidamente il partito dei «possibilisti». Nell’Unione nessuno dice di dare subito il via ai cantieri del ponte che dovrebbe collegare la Calabria alla Sicilia. Ma qualcuno non esclude che questo possa avvenire in futuro. Ad esempio Nicola Rossi, economista meridionalista e deputato Ds di area riformista. «Io faccio una considerazione di buon senso. L’opera non ha senso se non ci sono strade e ferrovie che partono dal ponte e che ci arrivano. Non ha senso se non è una maglia di una rete più complessa di infrastutture». Una cosa diversa, quindi, rispetto ai «no» senz’appello che ancora vengono dalla sinistra radicale.\