Il ministro: trasferite il pm che indaga su Prodi

Il Guardasigilli propone al Csm un’azione disciplinare contro il
magistrato di Catanzaro che si occupa dell’intreccio tra affari e
politica. Negli atti dell’inchiesta anche una telefonata di Mastella.
Nuove critiche per l’indulto: il 22% dei
beneficiari è già tornato in cella

da Roma

Il ministro della Giustizia, incidentalmente intercettato a Catanzaro, ha chiesto ufficialmente il trasferimento del suo «inquisitore», che poi è lo stesso che nel medesimo procedimento su affari sporchi, malapolitica e massoneria deviata ha messo sott’inchiesta il premier. Non ha precedenti l’attacco pubblico, diretto, portato da Clemente Mastella al pm Luigi De Magistris che, proprio in queste ore, stava scavando nei rapporti - ripetutamente intercettati dai carabinieri - tra il Guardasigilli e Antonio Saladino, considerato il dominus dell’organizzazione per delinquere di cui avrebbero fatto parte alcuni personaggi vicini a Romano Prodi e al suo entourage. Se nei mesi scorsi il leader dell’Udeur aveva ripetutamente criticato l’attività di De Magistris e del superconsulente della procura, Gioacchino Genchi, a margine della festa della polizia penitenziaria Mastella ieri ha annunciato d’aver richiesto alla sezione disciplinare del Csm di aprire un’inchiesta disciplinare nonché una pratica di trasferimento d’ufficio del pm e del suo capo in procura, Mariano Lombardi. La richiesta del ministro della Giustizia, secondo quanto fatto trapelare a via Arenula, è un atto dovuto. «Rappresenta una scelta obbligata, visti i risultati della relazione istruttoria degli ispettori ministeriali negli uffici giudiziari catanzaresi. Sono state evidenziate anomalie di una certa rilevanza nella trattazione del fascicolo da parte del pm De Magistris». Oltre che per Lombardi e il sostituto, gli ispettori avrebbero proposto al Guardasigilli l’avvio dell’azione disciplinare nei confronti di altri tre o quattro magistrati catanzaresi, oltre che per il collega di Potenza, Vincenzo Montemurro.
Come rivelato dal Giornale il 20 giugno scorso, Mastella venne intercettato quand’ancora non era al governo (marzo 2006) mentre parlava ripetutamente con Saladino, definito dal pm a rischio trasferimento, «un uomo al centro di un potere politico-economico non discutibile», al vertice di un «sistema» efficiente che avrebbe goduto di coperture politiche d’altissimo livello.
Mastella ha dato anche linfa a nuove polemiche sull’indulto sciorinando i dati diffusi dal Dap a poco più di un anno dall’approvazione del provvedimento di clemenza grazie al quale finora sono tornati in libertà 26.752 detenuti. Ma di questi, circa il 22% (6.194, di cui 4.318 italiani) sono finiti di nuovo in galera perché hanno ripreso a commettere reati. Il tasso di recidiva, però, era del 44% prima dell’approvazione dell’indulto, il 31 luglio 2006, mentre ora è del 42%. I numeri dicono anche che, alleggerite in modo significativo, le sovraffollate prigioni italiane hanno potuto respirare. Per poco. Perché dai 38.847 detenuti dell’agosto 2006 si è passati adesso a 46.118, e gli istituti penitenziari contano 43.140 posti regolamentari. Mastella continua a difendere la sua scelta. E respinge quella che giudica una «faziosa, ingiusta equazione secondo cui l’indulto avrebbe significato maggiore criminalità». Mastella si appoggia al calo della percentuale dei recidivi, e al fatto che l’indulto sia stato «votato dalla stragrande maggioranza del Parlamento». Alfredo Mantovano di An smonta così i calcoli del ministro: «Mastella aveva assicurato in Parlamento che sarebbero usciti dal carcere 12.000 detenuti. Si è oltre quota 26.000, e il conteggio non è ancora chiuso». Ci si può dunque chiedere «se tutti quelli che hanno votato a favore dell’indulto lo avrebbero fatto egualmente con una corretta informazione».