La minoranza sale sull’Aventino Veltroni: «Scelta non irreversibile»

La sinistra diserta la votazione e torna all’antiberlusconismo minacciando ostruzione dura

da Roma

Al Senato è stato Aventino, alla Camera nelle prossime settimane sarà ostruzionismo. «Faremo una battaglia dura, durissima», annuncia il capogruppo Pd Antonello Soro.
Il nuovo corso dell’opposizione veltroniana, dopo la dichiarazione di interruzione del «dialogo», comincia platealmente e sotto gli occhi delle telecamere nell’aula di Palazzo Madama, dove ieri si votava il decreto sulla sicurezza: al momento del voto sull’emendamento ribattezzato «salva-premier», i senatori di Italia dei valori e del Pd, per una volta uniti nella lotta, abbandonano i loro scranni e escono. Restano solo la pattuglia radicale e quella dell’Udc, che preferiscono votare contro. «Questo è un macigno vero sulla strada del dialogo tra maggioranza e opposizione», proclama la capogruppo Pd Anna Finocchiaro, secondo la quale «Berlusconi avrebbe potuto comportarsi da statista: non ha voluto, forse per paura, certo per pregiudizio. È un fatto molto grave». Plaude Rosy Bindi alla «dura reazione del Pd, che esercita le prerogative dell’opposizione». E aggiunge: «Ero una di quelle che aspettava la svolta, perché non ho mai creduto alla favola di Berlusconi statista». A differenza di Veltroni, sottintende.
Stavolta Antonio Di Pietro è costretto ad inseguire: Walter rischia di rubargli la scena e l’esclusiva dell’opposizione «vera», e l’ex pm (che è deputato) si precipita al Senato, per mettere la propria faccia sulla protesta. E gli tocca anche alzare il tiro, per non perdere la gara: annuncia girotondi di piazza, promette referendum abrogativi, assicura: «Comunque sappiamo che la Corte costituzionale, ancora una volta, cancellerà questo tentativo». Denuncia «l’uso personale e arbitrario che il premier fa delle istituzioni».
Nel frattempo, Walter Veltroni sale al Colle, per spiegare a Giorgio Napolitano, preoccupato per «l’inasprirsi del clima», le ragioni della «svolta». Una mossa obbligata, dice, perché è la maggioranza che «ha scelto lo scontro». Ma, rassicura, non è una «scelta irreversibile», perché lui non ha alcuna intenzione di «tornare nella foresta» e ripercorrere la strada dell’antiberlusconismo girotondino. Se i segnali dal Pdl miglioreranno, insomma, il dialogo tornerà. In casa democrat c’è chi non nasconde l’auspicio che il Quirinale dia una mano all’opposizione rifiutando la firma al decreto. E non esclude che Veltroni abbia cercato di sondare su questo il presidente. «Vorremmo che il guardiano della Costituzione si facesse sentire con forza», per non «confondere ancora una volta le idee di Berlusconi con le resposabilità di altri», invocava ieri la dalemiana Velina Rossa. Ma dal Colle trapela più di una perplessità sulla possibilità di bocciare un decreto come quello sulla sicurezza, materia di grande «sensibilità» e impatto. Senza contare che esistono precedenti, «anche con i governi di centrosinistra», di decreti firmati dal presidente e poi «cambiati in corsa» dal governo. E non per questo non promulgati.
Veltroni comunque incassa, sull’onda della «svolta», la tregua interna al Pd: l’assemblea nazionale di venerdì dovrebbe passare quasi indolore, salvo i forti malumori dei prodiani. Certo il leader sarà costretto a più di un equilibrismo, per spiegare che il suo è un cambio di marcia ma «non di linea». E che anche la riapertura del discorso sulle alleanze, con la sinistra come con l’Udc, non è un «ritorno indietro alle coalizioni sterminate» modello Unione. Ma ci riuscirà, assicurano i suoi.