Minuto da brividi, poi solito Vettel

Il primo Gran premio d’India, che poi non è altro che la seconda sessione di test collettivi post mondiale ormai assegnato, non l’ha vinto Vettel. L’hanno conquistato i piloti, tutti e ventiquattro, prima del via, quando si sono riuniti a centro pista, con le monoposto già schierate, per un minuto di silenzio in memoria di Simoncelli, il Sic di cui sappiamo tutto, e Wheldon, l’inglese morto a Las Vegas in formula Indy. Una vittoria di gruppo, meravigliosa e rara nella F1 dei troppi egoismi, perché non era il semplice tributo di atleti di un altro sport, ma l’omaggio sofferto di chi sa bene che persino qualche minuto dopo, in fondo al rettilineo là davanti, il dramma resta in agguato. Un omaggio doveroso quanto sofferto per l’animo di questi ragazzi che amano il rischio, ma non sono robot.
Questo prima. Poi, neppure due ore dopo, ecco la solita vittoria di quel mastino di Vettel, la numero 11 che lo carica a pallettoni in vista di Abu Dhabi e San Paolo dove avrà l’occasione di eguagliare il record di 13 centri stagionali firmato da Schumi, anno 2004. Tolta la partenza, che i suoi brividi li regala sempre, stavolta neppure le ali mobili e le gomme Pirelli da coccolare hanno tamponato la noia dilagante, con gli arrivati così simpaticamente divisi: i primi quattro, Vettel, Button, Alonso e Webber, in 25 secondi; e tutti gli altri a oltre un minuto, chi a un giro, chi a due. Non a caso, in settimana la F1 si riunirà per valutare l’ipotesi, da anni cara al presidente Montezemolo, di chiedere ai top team di fornire alle squadre minori una terza vettura. Per dire, se la Hrt anziché schierare un’Hrt, mettesse in pista la terza Ferrari? O la terza McLaren? Certi distacchi non si vedrebbero più. Ragioniamoci.
Quanto alla Rossa, il podio sa di sessione di test ben riuscita. In fondo lo dice anche patron Domenicali: «Credo che tutto ciò che stiamo facendo in queste ultime gare avrà una grande importanza nel 2012». C’è da credergli. Dobbiamo credergli.