"Il mio 8 marzo...? Sola e reclusa in casa"

La moglie di Chen Guangcheng, un dissidente incarcerato dal regime
comunista cinese per aver denunciato la politica degli aborti forzati
sulle donne, racconta i soprusi a cui è stata sottoposta in questi anni
dalla polizia

«L'ho rivisto a dicembre, era la prima volta da quando nel 2006 l'hanno condannato e sbattuto in carcere. Non è stato bello... stava malissimo era piegato dalla dissenteria... ha un'infezione intestinale, ma loro non lo curano, non gli danno nemmeno l'acqua bollita. In quelle condizioni può solo peggiorare. Mi è preso un colpo, non credevo di trovarlo in quello stato... alla fine abbiamo parlato solo della sua malattia, delle sue condizioni che peggiorano giorno dopo giorno. Da allora non penso ad altro... domani è la festa della donna, ma per me c'è poco da festeggiare... l'8 marzo lo passerò sola e prigioniera».
La voce di Yuan Weijing echeggia lontana, rimbomba in quella casa di Linyi nella remota regione orientale della provincia cinese di Shandong. Lei ha 33 anni e un tempo sognava solo di fare l'insegnante. Poi quattro anni fa l'incubo. Le autorità del posto sono accusate da Pechino di non applicare le regole sulla limitazione delle nascite. I burocrati reagiscono, costringono settemila donne incinte ad abortire, condannano alla sterilizzazione forzata chiunque abbia già figli. L'unico ad opporsi è il marito di Yuan. Si chiama Chen Guangcheng, è un ragazzo cieco con il pallino della legalità. Non ha potuto laurearsi, ma ha seguito i corsi di legge all'università, ha studiato diritto per passione. La tragedia delle donne di Linyi diventa la sua battaglia. Denuncia i soprusi, difende le vittime, accusa il partito. Grazie a lui il mondo scopre gli orrori della legge sul figlio unico e la tragedia di 130mila cinesi costrette, ogni anno, all'aborto forzato. Il regime sbatte in carcere Chen e - nel novembre 2006 - lo condanna a 4 anni e 3 mesi di galera. Yuan prende il suo posto, si trasforma in una pasionaria in lotta per i diritti delle donne e di quel marito cieco e senza colpe condannato a marcire in galera. Ma oggi Yuan Weijing, raggiunta al telefono dal Giornale, racconta di sentirsi triste, sola e dimenticata.
«Sono sola e prigioniera, loro sono lì sotto, se mi affaccio li vedo. Non mi fanno uscire, non mi fanno andare da nessuna parte, posso solo far la spesa e mi seguono anche lì. Mi hanno tagliato il telefono di casa per togliermi internet, non posso leggere i giornali, non posso incontrare nessuno. L'unico legame con il mondo esterno è questo cellulare. Se mi chiede dell'8 marzo e della festa della donna le posso raccontare come sarà il mio, sarà una giornata triste e oscura, sarà la giornata di una donna prigioniera e sorvegliata a vista».
È sicura di poter parlare?
«Perché non dovrei? Cos'altro mi possono fare? Hanno condannato mio marito con accuse ridicole, hanno distrutto la mia famiglia, mi hanno tolto la libertà e ora cercano di seppellirmi viva. Ho dovuto mandare mio figlio da mia madre, a cento chilometri da qui, altrimenti non poteva neppure andare a scuola... dopo questo cosa possono farmi ancora? Dico solo la verità, non posso aver paura».
Chi sono quelli che la controllano?
«All'inizio erano poliziotti o funzionari, ora sono gente comune assoldata dal governo per controllarmi, rendermi la vita impossibile, proibirmi di vedere chiunque, isolarmi dal mondo. Qui nelle campagne è pieno di disoccupati pronti a tutto per qualche soldo. Con un lavoro regolare guadagnerebbero 30 yuan (3 euro) al giorno, facendo la guardia a me ne prendono cento... capirà che i volontari non mancano. E il governo non può venir accusato di nulla».
La Cina dichiara di rispettare i diritti umani.
«Sicuramente non quelli di mio marito o i miei. Chen è cieco ed ora pure malato, per legge non dovrebbe stare in prigione. Ho chiesto la scarcerazione e mi hanno risposto che per lui questo diritto non vale. Ho chiesto una visita medica e non mi hanno risposto. Hanno usato accuse false per imprigionarlo e ora lo tengono in condizioni disumane. Sua madre l'ha visto un mese fa e racconta che sta sempre peggio. Lei pensa che i nostri diritti siano rispettati? Non ho commesso nessun reato, nessuna irregolarità e mi hanno sepolta viva. Mio marito non ha mai commesso nulla d'illegale ed è in prigione. Lui lo diceva, in Cina la legge scritta è una cosa, la realtà un'altra».
Perché lo vogliono in prigione?
«Per condannarlo a 4 anni e 3 mesi l'hanno accusato di aver bloccato il traffico e danneggiato la proprietà pubblica, ma sono invenzioni... le autorità lo odiano perché ha fatto perder loro la faccia. Lui era inorridito da quanto succedeva qui attorno. Ogni giorno cento donne d'ogni villaggio erano costrette alla sterilizzazione forzata. Il distretto conta 12 villaggi e quindi solo qui c'erano quotidianamente 1200 sterilizzazioni. Lui non lo sopportava, non riusciva a tacere. Voleva eliminare quelle pratiche, cancellarle. La legge, diceva, non lo permette, ma loro se ne fregano, perseguitano le donne per far bella figura con il partito. Lui li ha svergognati e loro ora non lo perdonano».
Come funziona la legge sul figlio unico?
«Dopo il primo figlio maschio ti propongono, ma in verità ti costringono, la sterilizzazione forzata. Se hai avuto una femmina puoi farne un altro, ma dopo è finita, devi farti sterilizzare. La legge non lo prevede, ma se rifiuti prendono tuo marito, tua madre, tuo padre, tutti i parenti... fino a quando non ti presenti. Qui nelle campagne tutti però tentano di trasgredire... i contadini hanno bisogno dei figli per lavorare i campi e farsi mantenere da vecchi».
Come scoprono chi è incinta?
«Le donne in età fertile devono sottoporsi a controlli periodici, chi resta incinta senza permesso del governo viene fatta abortire. Qualcuna sfugge ai controlli spostandosi con la scusa del lavoro, ma dopo un paio di controlli saltati ti mandano a cercare... chi fa la spia riceve dei premi e quindi prima o dopo vieni denunciata e costretta all'aborto anche se sei all'ultimo mese».
Chi l'aiuta?
«Nessuno. Sopravvivo con i soldi dei premi che mio marito ha ricevuto dall'estero. La gente qui sa che non abbiamo fatto nulla di male, ma se lo tiene per sé. È povera gente: magari ci sostiene moralmente, ma non ha né la forza, né il coraggio di far nulla. Qui se alzi la testa il regime ti schiaccia».
Spera ancora?
«Spero che lo liberino, spero di rivederlo, spero in voi che avete la libertà e potete raccontare la nostra storia. Solo così non verremo dimenticati. Solo così forse torneremo a vivere».