«Il mio Abruzzo, che esempio per l’Italia»

RomaRaffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, c’era anche lei al funerale?
«Sì, c’ero. È stato toccante».
Non dice altro, allora è vero che gli abruzzesi sono coriacei...
«Io ero lì anche il primo giorno, subito dopo il sisma, e più che la commozione mi ha colpito il comportamento davvero straordinario delle gente. Coraggiosi e responsabili. Senza nessuna concessione alla rassegnazione o alle polemiche».
Lo dice da abruzzese...
«Io lo so che il mio popolo è ben cosciente, responsabile, sa quali sono le sue possibilità. E in questi giorni ho pensato che se tutta l’Italia assomigliasse agli abruzzesi, tutto andrebbe meglio».
Dice in confronto con le altre regioni?
«No, parlo di classe dirigente. L’Abruzzo di questi giorni non assomiglia all’Italia irresponsabile, quella che polemizza su tutto e non è in grado di collaborare su niente».
Ha detto che è stato lì il giorno dopo la scossa più grande. Cosa ha visto? La macchina dei soccorsi ha funzionato?
«Questo lo hanno visto tutti. Ma la cosa che mi ha colpito di più è stata la prima riunione tra Bertolaso e i sindaci dei comuni colpiti dal terremoto. C’ero anche io».
Cosa è successo?
«Una riunione normale. In quelle condizioni. I sindaci venivano da cittadine devastate, avevano parenti e amici tra le vittime».
Cosa facevano?
«Nessuna concitazione. Parlavano pacatamente a turno. Cercavano di risolvere, tutto con ordine, serietà e fiducia».
Orgoglio?
«No sanno che in una situazione del genere bisogna tirare tutti dalla stessa parte».
Poi cosa ha fatto?
«Ho incontrato gli infermieri della Cisl all’ospedale da campo. Sono terremotati, dormono in tenda oppure, quelli che non vogliono stare vicini alla casa, in macchina. Il giorno lavorano e aiutano gli altri sereni e sorridenti».
Tra le vittime c’è qualche suo amico?
«Ci sono dei delegati Cisl, ma li conoscevo solo di vista».
Nel suo paese, Bomba, si è sentito il terremoto?
«Si è sentito, ma non ha fatto danni».
Come pensa si possano aiutare al meglio i terremotati?
«Gli abruzzesi sono attaccatissimi alla loro terra. E bisogna metterli in condizione di ripartire. E io direi che bisogna iniziare dall’economia. Serve un patto per azzerare le tasse e la burocrazia per le attività economiche nell’area terremotata. Questo darebbe una spinta, anche psicologica, eccezionale alla gente dell’Aquila. Tra l’altro è una provincia che era già in difficoltà perché era legata alla grande industria di Stato che non c’è più. Abbiamo chiesto al governo un incontro con tutte le parti sociali».
Ha parlato prima del lavoro. E la casa?
«Bisogna risolvere il prima possibile il problema della casa, ma se dovessero perdere anche il lavoro, i terremotati verrebbero disancorati dalla realtà. Poi è chiaro che vogliamo discutere anche di come si dovrà fare la ricostruzione».
Si citano come modelli positivi Umbria e Friuli, negativi Irpinia e Belice. Dove si collocherà l’Abruzzo?
«Io ero segretario degli edili della Cisl ai tempi del terremoto in Umbria. E ho partecipato alla ricostruzione che è andata bene. Nessun morto nel lavoro».
E come avete fatto?
«Accordi con il governo e la regione, per selezionare le imprese. E tenere fuori quelle incapaci o, diciamo così, spregiudicate».
Come vorrebbe vedere la città alla fine della ricostruzione?
«Case antisismiche, ma anche con il risparmio energetico. Partiamo da questo dramma e facciamo all’Aquila quello che andrebbe fatto in tutta Italia».
E la new town che vuole Berlusconi?
«D’accordo. Ma il centro storico va ripristinato. L’Aquila ha una storia, monumenti e il mio popolo è molto legato alle tradizioni, alla sua cultura».
Non c’è il rischio che si ripeta la storia...
«Le persone sono eccellenti. Non si scoraggiano e tutti hanno visto con quale dignità stanno reagendo. Adesso tocca alla classe dirigente».
Ha detto che non ha visto polemiche. Ma nessuno ha protestato per l’ospedale, edificio relativamente nuovo e ora inagibile?
«Le dico quello che ho sentito dire in continuazione e che penso anche io. Adesso lavoriamo, poi ce la vedremo...».