«Il mio amico Clay, campione del dolore»

Aveva beffato la morte riprendendosi la vita. Almeno così credeva, Clay Regazzoni, il mio amico Clay. L’ho conosciuto bene, quand’ero pilota, ma anche da giornalista. E non ha mai cambiato il suo modo di essere, la sua capacità di pensare positivo. Nonostante il dramma di Long Beach, la paralisi, gli anni spesi a combattere inutilmente per tornare in piedi. Si arrese alle gambe, ma non alla voglia di vivere pienamente: lui, con le sue corse in auto, comunque primo nel sensibilizzare davvero sulle problematiche dei disabili e la loro possibilità di essere automobilisti come gli altri nella vita di tutti i giorni.
Da ex pilota e da giornalista, in fondo, lo posso dire: spesso si dà per scontato che, fuori dalla pista, la vita di un pilota sia come indistruttibile. Tanto più se ti sei ritirato da anni, se da tempo hai lasciato alle spalle quelle stagioni di rischio e di pericolo, e la vita di tutti i giorni, pur dinamica, attiva, piena, sembra solo parlarti di tè al pomeriggio e nipotini in arrivo. Invece, ecco che accade l’imprevedibile.
Forse ci saremmo visti anche ieri, qui a Parma, da dove scrivo con fatica. Perché Clay è - ed insisto, voglio continuare ad usare il presente, perché Clay c’è, ci sarà per sempre nel mio cuore - Clay, dicevo, è della mia generazione, è sopravvissuto a quell’epoca d’incidenti ogni gara, di lutti in curva, in rettilineo, in frenata perché una volta sbagliavi tu e mille altre cedeva qualcosa, chessò una vite, una molla. Per questo mi fa così male dovermi convincere di quanto accaduto: quando hai corso in quegli anni, quando a 40 anni finisci su una sedia a rotelle, allora pensi che ci sta, fai il pilota di F1, ma speri anche che altro non accadrà. La cambiale con la vita sopra le righe e la gloria, in fondo è già stata pagata. Invece no. Così ti danni l’anima per oltre venti anni, diventi un simbolo per i disabili che vogliono tornare a vivere normalmente, combattendo in anticipo sui tempi... e poi? Poi ti portano via come se la beffa del 1980, a Long Beach, fosse solo stata la prima puntata.
Oggi si portano spesso ad esempio l’eroismo, la grinta, la forza di volontà di Alex Zanardi; ma Clay aveva aperto la strada ed era certamente più penalizzato in sedia a rotelle forse di Alex stesso, ma con altrettanta, se non superiore, forza di carattere e di reinserimento nella vita sociale e sportiva moderna.
Grande Clay, forse precursore nelle sue capacità di gara, dello stesso Gilles Villeneuve proprio come spettacolarità e grinta e determinazione. Ricordo quegli anni ’60, anni ’70. Eravamo avversari in Formula 2 e compagni nei prototipi con le 33 Alfa Romeo, e poi di nuovo avversari in F1; io con Surtees, Brabham, Clay con Brm. Poi per lui il grande salto con la Ferrari, vice campione del mondo nel ’74, a fianco del debuttante Niki Lauda. Io mi ero ritirato nel ’74, ma il giornalismo mi aveva permesso, anzi mi ha permesso, di seguirlo e di mantenere quell’amicizia che si era consolidata negli abitacoli delle gare. Compagni nelle varie trasferte proprio perché Clay era un pilota «da compagnia», imprevedibile in pista, ma anche fuori pista. I viaggi in aereo insieme a lui erano fantascienza, capace, com’era, di conquistare tutte le hostess di bordo indipendentemente dalla compagnia e dalla durata del viaggio.
Però le corse erano più importanti delle donne: ricordo ancora il suo primo approccio con la Targa Florio, nel 1971. Volò fuori in prova, sparì in una valletta a fianco strada, i suoi racconti dell’incidente e delle sue emozioni sono rimasti una icona della Targa Florio stessa. È anche questo che mi fa rabbia: lassù, Clay, tu così spericolato e stravagante, che cosa potrai raccontare di questo assurdo incidente nei pressi di un banale svincolo per la Cisa? No, non è giusto.