Il mio amico Diego, alpinista-eroe morto per salvare un incosciente

«Stanno cercando tre dispersi in Val d’Ossola: oggi hanno chiamato il 118 ma noi siamo già impegnati col servizio sicurezza per la gara di scialpinismo, così è partita la squadra della stazione di Domo». È domenica sera, siamo in alta Valle Antrona, sopra al Lago Maggiore, provincia di Verbania, e stiamo cenando dopo aver concluso una bella manifestazione con sci e pelli di foca. Molti sono del Soccorso Alpino e speleologico piemontese, stazione di Villadossola. Il discorso va avanti. «A proposito - intervengo - avete sentito dei quattro del soccorso usciti a Canazei? Sono rimasti sotto una valanga. Cercavano due ciaspolatori e sono rimasti coinvolti loro: non ce l’hanno fatta». «Massì - risponde Marco - nella squadra del soccorso che è intervenuta c’era Martin Riz, quello forte che fa gare. È rimasto fuori per miracolo». Si fanno alcuni nomi, le solite invettive contro gli sprovveduti, quelli che escono d’inverno con le racchette senza aver mai fatto corsi di formazione, escursionisti d’estate che noleggiano le ciaspole e si lanciano sui sentieri che hanno visto verdeggianti e che ora sono sepolti dalla neve, come se nulla fosse. La montagna non fa sconti, e a volte anche i più esperti cadono. Però i modi, e soprattutto i numeri, sono diversi. Intanto ci chiediamo chi mai saranno gli «amici» scomparsi di là nel Nordest. Non sappiamo nulla, non si sanno i nomi. Certo che con un pericolo valanghe di 4 su una scala di 5, l’aver deciso di andare a scalare...
Ci salutiamo. Passa la notte con un pensiero verso i quattro di Canazei: chissà chi sono? L’indomani apro i giornali e trovo la foto del mio amico Diego Perathoner. Il suo ritratto campeggia al fianco di quello di altri conoscenti, in particolare di Luca Prinoth e Erwin Riz. Resto con la pagina sospesa a mezz’aria, come succede quando qualcosa che non ti aspetti di piomba addosso. Ma come? No, non può essere. Avevo sentito Diego qualche giorno prima di Natale, per gli auguri e per concordare un’intervista sulla «sua» Sellaronda Skimarathon che si terrà la prima settimana di marzo, una delle più amate e suggestive gare di scialpinismo in notturna, con tanti sciatori che, alla luce delle frontali, risalgono e scendono le piste del comprensorio attorno al Sella. «Ci sentiamo dopo le vacanze - mi risponde - che adesso col Natale siamo presissimi».
Già, la Sellaronda non sarà più la stessa senza di lui. E anche lui se n’è andato per un atto di generosità, come sempre più spesso accade. Giustamente Bertolaso non ha potuto tacere. Ripenso alle ultime ore di Diego e di quella squadra così duramente colpita. È strana la dinamica con cui si innesca l’uscita di una squadra del soccorso: scatta quasi un’euforia di andare, di correre contro il tempo, di provare di tutto per vedere se riesci a strappare ancora un sorriso a chi sta rischiando la pelle. In quel momento le remore, i mormorii, le invettive (tra virgolette triple) sull’eventuale azzardo o sull’inesperienza di chi è nelle grane non affiorano. Ci si chiama al telefono o ci si sente per radio, «veloci, veloci che bisogna andare». Una persona sotto una valanga, se è ancora viva, non ha molta autonomia, poco più di dieci minuti. L’asfissia, l’ipotermia, quando non ci ha pensato prima lo stritolamento, sono le cause principali di decesso. L’azione rapida, lucida e coordinata come in una sincronia rodata in tante esercitazioni, non lascia spazio ad altro. Nemmeno al pensiero che possa capitare a te. Non in chissà quale altra occasione, bensì lì, in quell’istante. Non è una gita che hai scelto. Magari ti rendi conto che il terreno è pericoloso quando ormai ci sei sopra. A quel punto devi rielaborare e decidere, subito. Ma la remora di aver lasciato qualcosa di intentato è sempre fortissima. Così il rischio, tante, troppe volte, è davvero altissimo. Mi ricordo di quella volta che due erano sotto una valanga di neve a lastroni. Da lontano avevamo visto che i tre puntini di mezz’ora prima si erano ridotti a uno. Quando siamo arrivati quello che l’aveva scampata si muoveva come un automa, sotto choc. Abbiamo messo gli Arva in ricerca e, localizzati i punti, abbiamo cominciato a scavare. Li abbiamo trovati. Rantolavano, avevano perso conoscenza ma alla fine si sono salvati. Cosa avremmo dovuto fare o dire? Nient’altro che agire.