«Il mio anno in America, che spasso»

«Il mio anno in America? È stata una bellissima vacanza». Davide, 20 anni, neo diplomato al liceo scientifico dei Salesiani di Milano, ricorda con piacere il quarto anno di scuola superiore trascorso in un paesino al confine fra Florida e Alabama. «Ormai so l’inglese come l’italiano, ma negli Stati Uniti la scuola funziona peggio rispetto all’Italia. Si studia davvero molto poco».
Cosa ricordi della tua esperienza?
«È stata fantastica. Mi sono trovato benissimo perché la famiglia che mi ha ospitato è stata molto gentile. C’era anche una ragazza della mia età, che mi ha portato in giro e fatto conoscere un sacco di gente».
E dal punto di vista scolastico com’è andata?
«Negli Stati Uniti sono molto indietro rispetto a noi. Ho frequentato lì il quarto anno del liceo, che per loro è l’ultimo. E mi sono ritrovato a studiare cose che in Italia avevamo trattato due anni prima. Anche i compiti a casa erano molto rari. Bastava rileggersi velocemente la lezione. I professori avevano poche pretese in questo senso. Io abitavo in un piccolo paese di campagna e forse per questo la scuola era limitata. Ma credo che in generale il livello dei licei americani sia abbastanza basso».
Ma prima di partire i tuoi insegnanti ti hanno incoraggiato o ostacolato?
«Non mi hanno ostacolato, ma non posso dire che fossero entusiasti. Avevano paura che sarei tornato in Italia con molte lacune. In realtà alla fine ho dovuto sostenere solo una piccola prova di verifica sugli argomenti che i miei compagni avevano trattato durante l’anno. L’ho superata senza problemi».
Ma in caso contrario saresti stato bocciato?
«No, perché fa fede la pagella che ti consegnano i professori americani. Se avessi preso delle insufficienze me le sarei portate dietro al quinto anno, e avrei dovuto colmarle con il tempo».
Hai avuto difficoltà a rimetterti al passo?
«Non è stato facilissimo. Soprattutto nelle materie scientifiche come fisica e matematica. Alla fine mi sono diplomato con 63. Ma ne è valsa la pena perché ho imparato benissimo l’inglese e sono convinto che questa cosa mi servirà molto in futuro».
Come passavi le tue giornate nel liceo americano?
«Mi alzavo ogni mattina verso le 7.30 e la padrona di casa mi accompagnava a scuola in auto. Per cinque ore seguivamo le lezioni in classe. Poi all’una andavamo in pausa pranzo e ricominciavamo un’ora dopo con lo sport. Due ore al giorno di allenamenti: basket nella prima parte dell’anno poi baseball. A metà pomeriggio rientravo a casa. Nella maggior parte dei casi non avevo da studiare, quindi uscivo con gli amici o andavo a pescare. Cenavo intorno alle otto di sera e poi andavo a dormire».
Sei ancora in contatto con i tuoi amici?
«Certo, li sento ancora. Dal punto di vista umano è stata un’esperienza bellissima».
Quindi la consiglieresti?
«Senza dubbio. Vivere all’estero aiuta a maturare, a diventare più svegli. Ero solo, non ancora maggiorenne. Ho imparato a cavarmela e ad avere a che fare con persone molto diverse da me. Ad accettare la loro cultura e a comunicare nonostante le difficoltà».