«Il mio Arlecchino sospeso tra pianto e riso»

Quando lo si vede nell’atrio di un teatro in fremente attesa di occupare in platea il posto che gli spetta, Ferruccio Soleri che, più di uno spettatore, è un inguaribile curioso di tutto ciò che accade sulla scena italiana e internazionale, ricorda in modo impressionante Rainer Maria Rilke. Del grande poeta tedesco esibisce infatti, pur nella compostezza del gesto e dell’atteggiamento, l'attenzione febbrile dell’autentico ricercatore volto com'è a rintracciare dapprima negli umori del pubblico e, subito dopo, nella più tenue inflessione di voce dei colleghi il brivido della rivelazione. Glielo dico, e la sua immediata reazione è una franca risata. Giovanile e liberatoria, come quella di un ragazzino appena scappato di casa o del più irruente e simpatico degli scugnizzi di Posillipo. Ma lui subito puntualizza: «Sono nato a Firenze la bellezza di settantotto anni fa! C'è poco da far gli scugnizzi con l'età che su di me imperversa, come un vento furibondo, da tutte le parti!»
Davvero? Non si direbbe proprio. Provi a chiederlo a quei giovanissimi che affollano ogni sera il Teatro Grassi per applaudirla in Arlecchino servitore di due padroni… «Ma quello è tutto merito di Strehler - si schermisce lui - che ha fatto una regia talmente perfetta da passare alla storia, capace di attraversare impunemente decenni di storia italiana…».
Come cominciò quella grande avventura?
«Per me nel ’63. Mentre per il povero Marcello Moretti, che mi precedette nel ruolo, ebbe inizio nel'48 nemmeno dodici mesi dopo la fondazione del Piccolo di Milano».
Cosa provò la sera del debutto?
Una grande malinconia per l'immatura scomparsa di Marcello di cui avevo studiato puntigliosamente la tecnica, un grandissimo trac, come si dice in gergo, per l'aspettativa del pubblico e insieme la gioia di misurarmi con quella maschera che è un po’ l’emblema, il marchio di fabbrica, il simbolo della nostra strepitosa italianità. Sempre sospesa tra il pianto sulla caducità umana e il riso liberatorio, che in Arlecchino scaturisce improvviso a controbilanciare le situazioni più terribili e i contrasti più spinosi».
In tutti questi anni non ha mai avvertito la voglia di sbarazzarsene per affrontare altre sfide?
«A Giorgio dicevo sempre "Fammi fare qualcos'altro, non voglio correre il rischio di fossilizzarmi", ma lui implacabile mi rispondeva "Ferruccio caro, io di altri ruoli te ne do quanti ne vuoi, ma tieni presente che il pubblico vuole te, che ormai sei tutt'uno con l'’Arlecchìn de Venezia. E non mi puoi tradire"».
E lei come reagiva a questa amorosa provocazione?
«Sottomettendomi, non c'era altro da fare».
Eppure l'abbiamo ammirata nelle Furberie di Scapino, nel Galileo e nell'Opera da tre soldi… «Se è per questo, anche nel Trionfo dell'amore di Marivaux, sotto la direzione di quel grande uomo di teatro che era Antoine Vitez».
Com'è cambiato il suo Arlecchino col tempo che viene e va?
«E' diventato più riflessivo ma, al tempo stesso, più rissoso».
Non è una contraddizione in termini?
«Solo in apparenza. Qualsiasi carattere prevaricante, quando invecchia, a tratti sembra divenire più saggio. Ma è solo un’illusione in cui è il primo a non credere. Quindi, per reazione, cade in preda a degli scoppi d'ira assolutamente imprevisti, come capita ai grandi brontolon di casa Goldoni. Basti pensare a Sior Todaro».
Adesso, dopo le recite milanesi, Arlecchino farà di nuovo la valigia?
«Poco ma sicuro. Da metà maggio in poi sbarcherà a Kaliningrad, per non parlare di Hong-Kong e di tutta l'India misteriosa che lo aspettano a braccia aperte. Solo a settembre tornerà in patria».
Per esibirsi ancora a Milano?
«Sì, ma alla Scala dove, il 25 settembre, si celebrerà in suo nome il tricentenario goldoniano».
Non ha mai recitato altre opere del suo autore favorito?
«Ma se ho debuttato nella Figlia obbediente!»
E Milano? La considera sempre casa sua o il suo atteggiamento, in questi anni, è mutato?
«Non è mutato e non muterà mai. Io sono un Arlecchino così meneghino che, quando mi allontano di un passo, rimpiango sempre la musica dei Navigli e l'abbacinante splendore del Duomo».
Arlecchino servitore di due padroni
Teatro Grassi, via Rovello 2
fino al 14 maggio
biglietti euro 29,50 e 23,50
(02 5748 08 9