«Il mio calvario da detenuto innocente»

«La cosa che ti fa impazzire è l’impotenza. Se due, tre delinquenti dicono che sei un mafioso, che sei “creatura” di Provenzano, come fai a difenderti? Sai che sei innocente, lo sai, ma come fai a provare che sei una persona perbene anche se è la tua vita a dimostrarlo, se non hai fatto niente?».
Giovanni Mercadante, 63 anni, ex deputato regionale in Sicilia di Forza Italia, ex primario di Radiologia all’Oncologico «Maurizio Ascoli» di Palermo, quasi non ci crede. Dopo un calvario lungo quasi cinque anni, fatto di due anni e due mesi di carcere e quindi di sepoltura in casa, ai domiciliari, per motivi di salute, la corte d’Appello di Palermo due giorni fa l’ha assolto dall’accusa di mafia.
Onorevole Mercadante, se l’aspettava?
«Ci speravo ma no, non me l’aspettavo. Speravo che qualcuno dei giudici leggesse attentamente le carte e che avesse il coraggio di riconoscere la mia innocenza, di ribaltare la condanna di primo grado a dieci anni e otto mesi. Capivo però che non era facile. E invece è accaduto. Se c’è un giudice terzo ci si può difendere dalle false accuse».
Di cosa la accusavano?
«Nessun fatto concreto, non sono mafioso, non ho mai curato nessun mafioso io. A casa mia si è sempre respirata legalità, il fratello di mio padre era un magistrato, è stato presidente del Tribunale di Palermo. Contro di me c’erano solo accuse de relato di tre pentiti e alcune intercettazioni in cui si parlava di me come persona disponibile. Quelli che parlavano erano un cugino di mia madre e un medico, mio ex collega di corso. Ma non mi hanno mai chiesto nulla, mai raccomandato nessuno. Come potevo sapere che loro avevano rapporti con la mafia?».
La sua vita è stata improvvisamente interrotta.
«È stata una morte ingloriosa, la mia. A luglio del 2006 ero deputato regionale e un medico stimato, dall’oggi al domani mi sono ritrovato in una cella, a leggere accuse che mi facevano rabbrividire. Speravo si chiarisse tutto in sei mesi, invece...»
E invece sono passati 5 anni.
«Era il 10 luglio. Non c’era stato alcun preavviso. Mi hanno preso e portato all’Ucciardone. L’arresto è terribile, ti senti esterrefatto, come se ti cadesse un palazzo sulla testa. E lo sgomento aumenta man mano che leggi le accuse contro di te».
È stato il momento più brutto?
«No. La cosa più traumatica è quando ti buttano nel “canile” dell’Ucciardone. Ore e ore di attesa e poi le foto segnaletiche, le impronte digitali, essere costretto a denudarmi davanti agli agenti per dimostrare di non avere addosso armi... Umiliante, terribilmente umiliante. Capisco come deve essersi sentita la vostra giornalista, Anna Maria Greco».
La vita in cella?
«Non è la cosa peggiore. Per me veramente tremendi erano gli spostamenti dal carcere di Vibo Valentia per partecipare alle udienze. I trasferimenti sul blindato, con le manette ai polsi, chiuso in un gabbiotto 60 per 60... una mortificazione continua, durava almeno dieci ore il viaggio in queste condizioni».
L’episodio più traumatico?
«L’incidente stradale di mio figlio, che entrò in coma. Terribile. Io ero in carcere a Vibo da otto mesi, chiesi il permesso di potergli stare accanto, di curarlo io, da medico...»
Ma la Procura rifiutò...
«Sì, però il giudice mi concesse di stargli vicino per alcuni giorni».
Come ha vissuto la sua famiglia la sua vicenda giudiziaria?
«Sono stati massacrati, tutti, mia moglie e i miei figli. Il più grande è stato costretto a lasciare Palermo per lavorare, mia figlia è ancora qui, il più piccolo adesso studia fuori, e mi auguro che non torni in Sicilia».
La sua salute?
«Ho avuto un ictus e sono in fase di riabilitazione. All’inizio di questa storia ho perso 20 chili, e poi sono dimagrito ancora. Prendevo la 50, come misura di pantaloni, adesso porto la 46. Ho rivisto in tv me cinque anni fa, sono invecchiato in maniera mostruosa».
Adesso che farà?
«Non ho più la mia vita... ero un medico ma ormai sono in pensione, facevo politica ma non intendo tornare a occuparmene, è troppo rischioso fare politica in Sicilia. Mi piacerebbe, quello sì, tornare a fare il medico. Sarebbe una bella rivincita per me e per la mia famiglia».
Il suo processo non è stato tra i più lunghi, ma cinque anni agli arresti da innocente sono troppi.
«Berlusconi deve andare avanti, questa benedetta riforma della giustizia si deve fare. La cosa più urgente è separare le carriere. Non è ammissibile che il Pm che ti accusa poi diventi il giudice terzo che deve giudicarti».
Un sogno da realizzare subito.
«Una passeggiata a piedi con mia moglie, da casa mia alla stazione. Voglio rivedere Palermo. Da uomo libero».