«Il mio caro Strehler non era un tiranno ma un genio rigoroso»

Laura Novelli

da Roma

I milanesi che la incontrano per strada, la fermano per chiederle quando tornerà a interpretare L’anima buona di Sezuan di Brecht, «cosicché anche i nostri figli possano vedere lo storico allestimento del Piccolo». E lei non può che esserne felice «perché - dice - sento l’affetto sincero della gente». Quella gente comune per la quale Andrea Jonasson, oltre ad essere una delle maggiori interpreti della scena europea (attualmente gira l’Italia con Piccoli crimini coniugali di Eric-Emmanuel Schmitt, ma lavora per lo più in Austria e Germania), è innanzitutto la donna che per oltre vent’anni ha vissuto al fianco di Giorgio Strehler. Maestro indimenticabile del teatro italiano, spentosi improvvisamente la notte di Natale del ’97 mentre concludeva le prove di Così fan tutte. Sono dunque giorni malinconici, questi, per la Jonasson, anche se lei cerca di trascorrerli senza cedere alla tristezza o al sentimentalismo, «tanto so che nulla potrà mai colmare il vuoto che la sua morte mi ha lasciato dentro».
Come viveva il Natale Strehler?
«A Natale si trasformava in un bambino. Faceva l’albero. Era felice, leggero. Si faceva anche il segno della croce».
Eppure non era credente...
«No, era laico. Ma aveva un grande senso della spiritualità e un concetto molto personale del divino».
Legato, in qualche misura, anche a un’idea di trascendenza che supera la morte.
«La immaginava come un momento di approdo in un luogo dove poter finalmente conversare con i grandi spiriti della terra, da Mozart a Shakespeare, da Brecht a Cechov, da Goldoni a Goethe. Ciò mi consola, perché a volte penso che adesso stia effettivamente lassù a parlare con i suoi maestri».
La sua scomparsa che effetto ha avuto sul teatro italiano?
«Vivendo e lavorando molto all’estero, non ho occasione di seguire il teatro che si produce qui. Certo, posso dire che la poesia, l’umanità degli spettacoli di Giorgio non le ritrovo facilmente sulla scena odierna».
A quali progetti stava pensando prima di morire?
«Aveva in mente un adattamento teatrale dei Mémoires di Goldoni e, soprattutto, avrebbe voluto mettere in scena Antonio e Cleopatra di Shakespeare. Lo considerava un testo molto difficile ma gli piaceva l’idea di raccontare la storia di un grande amore senile. Tra l’altro, desiderava che fossimo proprio noi due a ricoprire i ruoli principali».
Strehler ha firmato più di duecento regie: qual è il maggiore insegnamento che lascia ai giovani?
«Il teatro, per lui, doveva essere moderno senza tradire i grandi poeti, i grandi testi. I suoi lavori erano fedelissimi e, al contempo, attualissimi. E soprattutto erano chiari. Lui li faceva davvero per tutti. E il pubblico lo ha calorosamente ripagato».
Primo fra tutti, quello milanese.
«Considerava il Piccolo Teatro la sua casa, la sua famiglia. Rinunciò ad incarichi prestigiosi all’estero, persino ad una regia con Liza Minnelli negli Stati Uniti, pur di rimanere qui, nella città dove lavorava e creava».
Stesso amore nutriva per la Scala e per l’opera lirica: una passione legata alla sua infanzia.
«Sì, era cresciuto in una famiglia di musicisti ed egli stesso aveva studiato musica e direzione d’orchestra. Ricordo che, durante le prove di Le nozze di Figaro (era la prima volta che lavorava insieme a Muti), si mise a dirigere gli orchestrali mentre Muti prese il suo posto nella direzione dei cantanti. Fu l’inizio di un sodalizio artistico molto felice: erano affascinati l’uno dall’altro e andavano all’unisono. In quell’occasione mi disse: “Andrea ricordati: questo è un grande uomo”».
Lei ha recitato in molti lavori del Maestro. Era davvero così esigente con gli attori come tutti dicono?
«Non era un tiranno come si crede. A volte gridava, certo, ma lo faceva per amore, perché voleva il massimo da ognuno. Le prove erano rigorosissime, ma se i suoi spettacoli funzionano ancora oggi, lo dobbiamo a questo».
Basti vedere l’Arlecchino servitore di due padroni: un lavoro del ’47 che gira ancora il mondo.
«Appunto, anche se forse l’Arlecchino fa un po’ a sé perché si tratta di uno spettacolo molto fisico, acrobatico, che tra l’altro ha un interprete strepitoso come Ferruccio Soleri, capace di mantenere la stessa agilità e la stessa bravura da decenni».
Al di là delle riprese di alcuni suoi celebri titoli, crede che in questi anni si sia fatto abbastanza per ricordarlo?
«In Italia non molto, debbo dire. All’estero mi sembrano più attenti. Ma probabilmente hanno anche più soldi da spendere in cultura».
Le più belle parole che gli abbiano mai dedicato?
«Quelle che Brecht gli scrisse nel ’56 durante le prove de L’opera da tre soldi. Dicevano: “Caro Strehler, vorrei, se fosse possibile, lasciare a lei tutti i miei testi, uno dopo l’altro. Grazie”. Più di così, cosa avrebbe potuto desiderare?».